Le carte dei diritti

Alessandra Nucci

Una voce grida! n°17 marzo 2001

 

C'è da star tranquilli, siamo in buone mani. Sentite questa:

"Nella maggior parte dei casi di cui mi sono occupata, il figlio aveva tutto il diritto di uccidere il proprio padre, perché era un padre-padrone: figura autoritaria che, dopo il '68 e il femminismo, non riesce più a trovare un suo ruolo e soprattutto autorevolezza". (1)

Qualunque commento parrebbe inadeguato di fronte alla gravità di questa affermazione, soprattutto alla luce della carica rivestita da chi l'ha pronunciata: un sostituto procuratore presso il Tribunale dei minori di Roma. La legge prevede la legittima difesa e l'infermità mentale ma per fortuna non risulta per ora contemplato il diritto di uccidere i genitori troppo autoritari. Tuttavia il fatto stesso che una cosa simile sia stata detta pubblicamente, e sul serio, è indice e prodotto di un profondo cambiamento nel modo di intendere i diritti, che deve far riflettere, a lungo e con urgenza. Da un po' di tempo in qua si assiste infatti a una continua e sempre più diffusa ridefinizione dei diritti ad opera soprattutto degli organismi internazionali. La «Dichiarazione universale dei diritti umani», promulgata dalle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948 con lo scopo di scongiurare che si ripetessero in futuro i conflitti e gli orrori della prima metà del novecento, costituiva un capiente ombrello a garanzia delle libertà individuali di tutta l'umanità, a prescindere dall'età, dal sesso e dalle condizioni sociali e finanziarie di ciascuno. A partire dagli anni settanta, però, oltre ai diritti di tutti hanno cominciato a proliferare varie categorie di diritti speciali. Sono emersi, come cose a parte, i diritti delle donne e i diritti del bambino, a seguire sono venuti avanti i diritti degli animali e i diritti della terra... E i diritti a questo punto hanno cominciato a diventare non più soltanto dei diritti assoluti ma anche dei diritti relativi. Il diritto alla giusta mercede ad esempio è diventato il diritto a guadagnare quanto guadagna un altro, a prescindere dal merito, facendo parti uguali pure fra disuguali.

Per tutelare tutte queste categorie di diritti, accanto alle costituzioni degli stati e alle leggi ordinarie hanno cominciato a moltiplicarsi le «Carte dei diritti» o «Convenzioni», come «La Convenzione sui diritti del bambino» e «La carta europea dei diritti fondamentali», oltre agli statuti equalizzatori come la «Convenzione delle Nazioni Unite sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne» e così via. 

Tutto questo suona molto bene, talmente bene che la stragrande maggioranza di noi non si è mai chiesto cosa ci sia scritto sulle varie carte che il nostro paese ha ratificato, e in qualche caso è perfino legittimo il dubbio che se lo siano chiesti anche parecchi dei nostri stessi governanti. E' difficile infatti immaginare di doversi opporre alla concessione di diritti, termine che da solo evoca la giustizia e i buoni sentimenti. In realtà però all'interno del sempre crescente numero di normative, soprattutto internazionali, si trovano dei punti che andrebbero sottoposti al giudizio dei cittadini, in quanto riconoscono dei diritti che di fatto ne limitano altri e gettano le basi per un'intromissione potenzialmente disgregatrice nelle vicende delle famiglie e della società. 

1. I diritti dei bambini 

Nel 1990 si tenne a New York un vertice mondiale per i bambini, per promuovere l'accettazione nel mondo della Convenzione sui diritti dei bambini, che era stata adottata dall'Assemblea Generale dell'Onu l'anno precedente. Nel preambolo questa Convenzione si richiama alla «Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo», laddove aveva affermato che l'infanzia ha diritto ad "assistenza e cure speciali", per trarne l'autorizzazione implicita a riconoscere ai bambini, quarant'anni dopo, i seguenti diritti specifici: 

  • il diritto di esprimere liberamente i propri punti di vista su ogni argomento (Articolo 12. 1);

  •  il diritto di cercare, ricevere e impartire informazioni e idee di ogni tipo (Articolo 13. 1);

  •  il diritto alla libertà di pensiero, coscienza e religione (Articolo 14.1); 

  • il diritto alla libertà di associazione e assembramento pacifico (Articolo 15. 1); 

  • il diritto alla privacy in famiglia, a casa o nella corrispondenza (Articolo 16. 1).

Per un cristiano la decisione di concedere questi diritti al bambino non spetta alle Nazioni Unite, ma al genitore. La Convenzione del 1990 invece riconosce all'Onu l'autorità di stabilire i criteri da seguire per allevare i figli in tutto il mondo. E non c'è niente in questa Convenzione a tutela del cittadino, che precluda ad esempio all'Onu di esigere un giorno che, in nome delle pari opportunità, tutti i bambini debbano frequentare le scuole di Stato. 

Anche la «Carta europea dei diritti fondamentali dell'uomo», approvata a Nizza nel dicembre del 2000, interpella direttamente i bambini, bypassando i genitori. Inizialmente sembra riprendere doverosamente l'affermazione della «Dichiarazione universale», che riconosce specificamente ai genitori il diritto di scegliere il tipo di istruzione da impartire ai propri figli. Però il diritto dei genitori da assoluto, qual è nella «Dichiarazione" del 1948, qui viene subordinato alle leggi nazionali (Art 14.3). I diritti dei genitori sono ulteriormente limitati anche dal successivo articolo 24, che stabilisce che i bambini: " ... possono esprimere liberamente la propria opinione; questa viene presa in considerazione sulle questioni che li riguardano in funzione della loro età e della loro maturità". 

Utile la forma passiva dei verbi: permette a questa frase di stare in piedi pur non chiarendo da chi l'opinione dei bambini viene presa in considerazione. E se i genitori di un bambino non prenderanno in considerazione una qualche sua opinione, il bambino cosa farà? Inoltre, la categoria dei genitori non figura neanche nella disposizione successiva: 

"In tutti gli atti relativi ai bambini, siano essi compiuti da autorità pubbliche o da istituzioni private, l'interesse superiore dei bambino deve essere considerato preminente". 

Di nuovo quel passivo: chi decide l'interesse del bambino? Il bambino da solo? Magari opportunamente coadiuvato da un difensore civico? Viene in mente infatti l'insistenza del Ministro italiano Livia Turco perché si istituisca il difensore civico dei bambini, un'autorità alla quale essi possano rivolgersi indipendentemente dai loro genitori. E balza alla mente anche un ricordo sinistro: quello dell'esaltazione dei bambini in Cina, specie durante la rivoluzione culturale, quando i figli venivano trasformati in giudici e delatori dei loro genitori.

2. Difensori civici sopra le teste dei genitori 

Impossibile? Tutt'altro. Il sito Internet dell'Unicef elenca fra i suoi successi  nella realizzazione dei diritti dei bambini l'aver istituito, in una dozzina di paesi africani e nella Georgia, il difensore civico o i commissari a tutela dei bambini. Secondo l'Unicef queste autorità, per definizione: 

" ... sono guidate dai migliori interessi dei bambini e offrono l'opportunità di monitorare e valutare - in modo imparziale le politiche adottate in favore dei bambini e contrastare le decisioni che possano non prendere in considerazione i loro diritti". (2)

La premessa implicita nella Convenzione infatti è che non ci si può fidare dei genitori, i bambini vanno tutelati a prescindere da loro. Da chi? dallo Stato, naturalmente. Ecco come l'Unicef descrive la nuova figura del bambino delineata nel 1990: 

"I bambini non sono né la proprietà dei loro genitori né oggetti impotenti della carità. Sono esseri umani e sono soggetti dei propri diritti. La figura dei bambino che emerge dalla Convenzione è quella di un individuo e membro di una famiglia e di una comunità, con diritti e responsabilità adatti alla sua età e stadio di sviluppo. Riconoscere i diritti dei bambini in questo modo mette fermamente l'attenzione sul bambino nella sua interezza. Una volta ritenuti negoziabili, i bisogni dei bambini sono diventati diritti legalmente riconosciuti. Non più il beneficiario passivo di benefici, il bambino è diventato il soggetto e tenutario di diritti". 

Provate un po' a dire a vostro figlio, dopo avergli letto questi suoi diritti, che deve andare a letto presto o che non deve stare troppo tempo davanti alla televisione. Ma non tutte le situazioni sono come in Italia, o nel Nord del mondo, si dirà. E infatti è questo il punto: la follia di fare leggi uguali per tutto il mondo.  

3. Che c'entra lo schiavismo con il diritto alla privacy? 

Il giorno dopo Pasqua, 2001, i giornali lanciavano l'allarme: era partita dal Benin una nave carica di centinaia di bambini venduti come schiavi. Respinta da vari porti dei paesi vicini, qualche giorno e molti articoli di giornale dopo, la nave è finalmente tornata nel Benin. Ne sono scesi alcuni bambini, ma erano soprattutto adulti, e tutti quanti con le carte in regola. Chi aveva dato l'allarme? Chi aveva avvertito i porti degli altri stati africani perché rifiutassero l'attracco? Il mistero prevedibilmente rimarrà, ma nella mente dei più, in tutto il mondo, rimarrà comunque l'impressione terribile dei bambini schiavi, in una storia che non ha neanche un inizio. Se la notizia era inventata, bisogna chiedersi chi avrebbe interesse a suscitare l'indignazione e la compassione dei popoli in tutto il mondo per la sorte di bambini immaginari. 

Lo schiavismo esiste, e va sradicato, al più presto possibile. Si intervenga, e subito, sulla base della vecchia «Dichiarazione universale» (art. 4) che già nel 1948 proibiva esplicitamente ogni forma di schiavismo e di tratta degli schiavi. Che significa infatti limitarsi ai soli diritti dei bambini? E' forse legittima la schiavitù degli adulti? La violenza agli adulti? Si metta fine allo scandalo dello schiavismo  al più presto possibile e con tutti i mezzi possibili. A cosa serve altrimenti riempirsi la bocca e le carte di espressioni e di buoni sentimenti?

Serve, serve. Il risultato sarà di spingere l'opinione pubblica mondiale a ritenere giusto e auspicabile, anzi, a reclamare l'intervento e il controllo di tutto quanto riguarda i bambini da parte degli organismi internazionali, l'Onu, l'Unicef, l'Unesco e le tante Ong (3) di varia denominazione, nonché dei tribunali e dei servizi sociali, tutti enti ritenuti buoni per definizione. E questa rete sempre più fitta di organismi di regolamentazione, promozione e controllo specifico delle vite dei bambini sarà autorizzata a interferire sempre di più nelle questioni famigliari al di sopra delle teste dei genitori normali. Per garantire i bambini i suddetti diritti: di vedere chi e cosa vogliono, rifiutare le lezioni che non gradiscono, esigere la privacy.... 

Quando calò dall'alto del Ministero della Pubblica Istruzione lo "Statuto degli studenti" nel 1997 chiesi ad alcuni docenti americani com'erano gli statuti degli studenti in USA. Mi risposero citando il codice di disciplina. Io ripetei la domanda: non il codice di disciplina, ma il codice dei diritti, precisai. Mi risposero stupefatti: "Perché gli studenti dovrebbero avere dei diritti diversi da tutti gli altri?"

Infatti avevano ragione, ero io che avevo i prosciutti sugli occhi: perché mai dovrebbero esserci dei diritti speciali per gli studenti, al di là di quelli garantiti a tutti quanti dalla Costituzione?

4. A New York un nuovo vertice 

Il clamore suscitato dalla nave dal carico fantasma darà un buon avvio alla sessione speciale dell'Assemblea Generale dell'Onu che il prossimo settembre segnerà il decennale del vertice che promulgò la Convenzione dei diritti nel 1990. Poco importa che lo schiavismo non c'entri niente con i suaccennati concetti. L'importante è tenere desta l'indignazione mondiale. Per ottenere che dei meccanismi di governo impersonali, sovranazionali, centralizzati e lontani il più possibile, stabiliscano quello che adulti e bambini possono o non possono fare, e che tutto quello che fanno sia il più possibile monitorato. E tenuto sotto controllo. 

E' già chiaro che i delegati a questo nuovo vertice cercheranno di allargare il linguaggio originale della convenzione per includere e specificare sempre nuovi diritti, e relative regolamentazioni. La bozza resa pubblica afferma che milioni di giovani vite sono state salvate per effetto della convenzione del 1990 e stabilisce per il futuro ventuno nuove mete, fra cui la ratifica universale della convenzione sui diritti del bambino, (cui manca la ratifica degli Stati Uniti), la revisione delle legislazioni nazionali, la riduzione del numero dei bambini che crescono da soli (di un terzo), la riduzione nella mortalità per maternità (di un terzo) e la parità numerica maschi/femmine nell'istruzione primaria. Come facciano a stabilire dei numeri certi su scala mondiale per calcolare l'entità dei problemi e il successo delle loro mete è un bel mistero, ma mai nessuno che li metta in dubbio. 

Gli argomenti più controversi in questa nuova serie di incontri saranno i diritti dei genitori di dirigere le vite dei loro figli e i diritti alla salute riproduttiva che secondo l'Organizzazione Mondiale per la Sanità devono comprendere il diritto all'aborto. Il documento prospettato dice che: 

" ... la famiglia ha la responsabilità primaria per la cura e la protezione dei bambini" 

La famiglia? Suona bene. Solo che nella «Dichiarazione universale», nella Carta del 1990 e nella Carta europea, la parola usata non era famiglia, ma genitori. Un cambiamento non privo di importanza, in epoca di battaglie per far riconoscere lo status di famiglia anche alle coppie omosessuali. 

"Un altro paragrafo effettivamente dice che: "... i genitori e le famiglie sono i primi insegnanti dei bambini e ricoprono un ruolo chiave nel loro primo apprendimento. Ma i delegati pro-famiglia insisteranno che i genitori e le famiglie non rivestono «un ruolo chiave» ma «il ruolo chiave»". 

E' così che si svolgono le conferenze dell'Onu. 

"I delegati pro-famiglia governativi saranno molto sospettosi dei tentativi di promuovere l'aborto. E assiomatico che dovunque si parla di «salute riproduttiva» o «diritti riproduttivi», dietro l'angolo c'è l'aborto. Il documento chiede «l'accesso per le donne in età fertile a servizi sanitari di qualità, per la salute riproduttiva. Chiede anche la ratifica della controversa Convenzione sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne, un documento che è stato usato per insistere che i governi legalizzino l'aborto. Anzi, ci sono diversi punti in cui i redattori di questo documento preparatorio del vertice si allontanano dalla protezione dei bambini e si dedicano invece all'avanzamento dei diritti delle donne, che nel contesto dell'Onu tendono a coincidere con idee estremistiche dei diritti delle donne". (4)

Che all'Onu ci si prepari alla battaglia a settembre lo dimostrano le manovre dell'Unicef per limitare la partecipazione degli anti-abortisti. Infatti: 

"I Movimenti per la vita accusano l'Unicef di aver adottato due misure per limitare la partecipazione delle Ong anti-aborto e per assicurare che gli alleati dell'UNICEF sull'aborto possano inondare delle loro presenze il vertice che revisionerà in settembre la Convenzione sui diritti del bambino. La prima dì queste mosse dell'UNICEF è stata quella di limitare il numero di partecipanti a non più di quattro per ogni Ong. La seconda, ancora più clamorosa, è stata l'allargamento dell'invito ad altre due Ong, chiamate «Ong dell'UNICEF» e ad altre Ong che hanno un «rapporto speciale» con l'UNICEF. I gruppi anti-abortisti riferiscono che a una di queste «Ong dell'UNICEF» è stato dato il permesso di accreditare ben 40 persone. E questa stessa Ong sta schedando i partecipanti per assicurarsi che siano tutti proaborto. L'UNICEF afferma che si è deciso di restringere il numero dei partecipanti Ong per la limitatezza dei posti a sedere nelle sale delle conferenze dell'Onu, che possono accomodare intorno alle 200 persone. Quello che però i funzionari dell'UNICEF non dicono è che la maggior parte dei delegati delle Ong mostrano ben poco interesse a seguire le sedute spesso noiose delle delegazioni governative, e preferiscono invece presenziare ad incontri delle Ong e a discussioni di gruppo molto più avvincenti che si tengono in altre parti del palazzo. Alle sedute dei negoziati governativi, che sono lo scopo essenziale delle conferenze dell'Onu, spesso i rappresentanti delle Ong non si vedono nemmeno. La sala delle conferenze potrà essere straripante nel primo giorno della seduta, ma poi la maggior parte dei delegati delle Ong se ne allontana."  (5)

Perché tanta cura nel limitare il numero dei partecipanti contrari all'aborto? Perché all'incontro «Beijing +5», nonostante fossero in minoranza, gli antiabortisti riportarono delle vittorie notevoli, riuscendo a sabotare le proposte radicali di allargare il diritto all'aborto e i diritti speciali per gli omosessuali.. In quella occasione le Ong radicali e i burocrati dell'Onu parlarono apertamente della necessità di limitare la partecipazione delle Ong pro-vita: 

"La primavera scorsa le Ong radicali e i burocrati dell'Onu furono scioccati nel vedere arrivare all'incontro sulla donna noto come Beijing+5 quelli che a loro sembrarono numeri enormi di partecipanti antiabortisti. Bastarono 12 Ong anti-abortiste perché fossero ammessi circa 300 partecipanti. Per contro, oltre duecento Ong pro-aborto ne accreditarono solo qualche migliaio. Le Ong radicali e i burocrati dell'Onu si lamentarono che un numero cosi basso di Ong avesse potuto accreditare tanti delegati anti-abortisti, e affermarono che ciò era contrario alla regola per cui ogni Ong può accreditare solo alcune persone. In realtà, questa regola non esiste". (6)                                                                                                                                          

5. Chi può "attribuire" dei diritti agli esseri umani? 

Un effetto le carte dei diritti lo ottengono: quello di riconoscere implicitamente del potere a chi le emette. Il sito web ufficiale dell'Unione europea  informa infatti che "L'Unione europea ha conferito gradualmente al popolo nuovi diritti che possono essere sostenuti dai tribunali nazionali e dalla Corte europea di giustizia (Oltre a questi diritti formali, si noti che il Trattato di Amsterdam riconosce implicitamente che gli europei hanno diritto di aspettarsi che l'Unione agisca nelle materie che li riguardano". (7)

Con queste parole benevole, più che attribuire dei diritti ai cittadini, che li hanno già sotto le proprie costituzioni nazionali, l'Unione europea attribuisce a se stessa il  diritto di  concedere, e di conseguenza implicitamente anche di negare dei diritti. C'è il rischio quindi di perdere di vista il concetto che ogni governo, in democrazia, esiste per servire la volontà dei cittadini e non per comandarli e uniformarli alla volontà propria. Guardiamo infatti le parole pronunciate dal Cardinale Angelo Sodano, Segretario di Stato della Santa Sede al Millenium Summit dell'Onu: 

"Occorre riaffermare che nessuno crea o concede i diritti umani; piuttosto sono inerenti alla natura umana. Secondo la Santa Sede, la legge naturale, iscritta da Dio sul cuore di ogni essere umano, è il denominatore comune di ogni persona e di tutti i popoli. E un linguaggio universale che ognuno può conoscere e sulla base dei quale possiamo capirci gli uni con gli altri". (8)

Il fatto è che sotto la bandiera dei diritti umani c'è una linea di pensiero efficacissima per limitare le libertà, che si camuffa sotto l'intenzione di volerle tutelare. Lampante l'esempio  della «Dichiarazione sull'eliminazione di ogni forma di intolleranza e di discriminazione basata sulla religione o la fede», dove è stabilito che: 

"La libertà di manifestare la propria religione o fede può essere soggetta solo alle limitazioni prescritte dalla legge e necessarie per garantire la pubblica sicurezza, l'ordine, la salute, o la moralità, o i diritti e le libertà fondamentali degli altri". (9)

Tanta benevolenza e sollecitudine acquistano tutto un altro aspetto se si compie una semplice operazione: basta levare la parola solo e si ha che l'Onu riconosce il diritto dello Stato di impedire le manifestazioni religiose, secondo una serie di motivi amplissimi, che possono includere praticamente tutto. Il divieto che si cela dietro il diritto diventa chiarissimo. 

Questa era una ripetizione e specificazione della «Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti Umani», che aveva già stabilito che: 

"La libertà di manifestare la propria religione o fede può essere soggetta solo alle limitazioni prescritte dalla legge". (10) solo?

6.  Il governo migliore è quello più vicino ai  governati  

Il proliferare delle carte di diritti porta naturalmente anche a tante sovrapposizioni: si tratta infatti nella maggior parte dei casi di riformulazioni di materie già regolamentate nelle costituzioni dei vari paesi. In questi casi allora dovremmo veder scattare il principio do sussidiarietà, che è scritto sia nella nostra Costituzione sia anche nella Carta dei diritti europei. Questo principio significa cioè che soltanto ciò che non è precisato nelle singole costituzioni deve cadere sotto la carta internazionale. E per un semplice motivo: che un contesto può essere diverso dall'altro, e avere quindi bisogno di leggi diverse. Anche a pochi chilometri di distanza, figuriamoci fra un paese e l'altro, fra un continente e l'altro. Per questo il governo migliore, e il più democratico, sarà quello più vicino al popolo governato, al quale così è più probabile che debba rendere conto. 

In realtà sta succedendo sempre più spesso il contrario, cioè che la struttura dei poteri al di sopra delle nostre teste si vada ingigantendo in una rete a forma di piramide con in cima i leviatani dell'Unione Europea e delle Nazioni Unite, lontanissimi dal popolo, la cui ingerenza umanitaria (l'Unione Sovietica usava il termine intervento fraterno ma il risultato è lo stesso) negli affari interni delle nazioni va dalla requisizione di aree immense per farne dei parchi naturali vietati all'uomo (biosfere), all'invio di bombardieri e truppe a terra in difesa dei diritti umani, in Kosovo, dove mentre scrivo le forze della Nato si sono finalmente arrese all'evidenza che il male non era tutto da una parte, e ha autorizzato l'esercito serbo a intervenire sulla frontiera della Macedonia. 

Non c'è da augurarsi di essere governati da organismi internazionali, che si chiamino Banca Mondiale, Wto o anche Nazioni Unite. E non c'è da sperare che diventi operante il Tribunale Criminale Internazionale, propugnato fra gli altri dai radicali e da personaggi come Rigoberta Menchu, se è vero che la garanzia del diritto sta nella suddivisione dei poteri, e dei diversi gradi di giudizio. Quando il Tribunale fosse uno solo per tutta la terra e il giudice dovesse essere corrotto (perché, quelli corrotti stanno solo nei contesti nazionali?) a chi faremo appello? Un imputato innocente, se il Tribunale ha giurisdizione su tutto il mondo, a chi chiederà asilo politico? (E l'asilo politico è un diritto riconosciuto nella «Dichiarazione universale»). 

Il modello di governo di Montesquieu, su cui si è modellata la struttura dello stato federale statunitense, fu studiato per impedire la degenerazione della democrazia in stato totalitario. Prevede il controllo reciproco fra i tre poteri: né l'esecutivo da solo, né il Parlamento da solo può imporre una legge, e nessuno dei due è esente dal controllo del giudiziario, che è formato da vari livelli di giudizio. Si tratta semplicemente di evitare di indurre in tentazione. E funziona, da oltre duecento anni, nonostante i fiumi di propaganda anti-americana di cui è ormai inondato il mondo. 

Per quale assurdo ragionamento, o mancanza di ragionamento, plaudiamo dunque al formarsi di uno stato monolitico in Europa? Uno stato che accentra il potere nelle mani di pochissimi Commissari, sconosciuti ai più, nominati e non eletti, che di fatto non devono rispondere del loro operato a nessuno, nemmeno mettendo in palio le proprie poltrone alle elezioni, perché tanto non li ha eletti nessuno. Per quale assurdo ragionamento, o mancanza di ragionamento, dovremmo plaudire al consolidarsi di un unico tribunale planetario, senza possibilità di appello e senza possibilità di asilo politico? Quel mondo che irride al dogma dell'infallibilità del Papa, giurerà sull'infallibilità del Tribunale mondiale?

7. La lezione di Orwell 

George Orwell, da apostolo militante della sinistra, dopo aver fatto l'esperienza della Guerra civile spagnola dalla parte dei Repubblicani antifranchisti, si trasformò nell'accusatore del progetto totalitario comunista internazionale. Nel suo libro allegorico «Fattoria degli Animali» dipinge infatti la storia della degenerazione di una rivoluzione proletaria attuata dagli animali di una fattoria. Come in tutte le rivoluzioni, ci sono leader e seguaci. In questo caso sono i maiali a diventare i leader, perché più intelligenti degli altri. La prima cosa che fanno è di redigere una carta dei principi, che vengono poi dipinti sul muro della stalla. Questi principi diventano la base del nuovo ordine e servono a proteggere gli animali dalle ingiustizie e dalle violazioni dei loro diritti. Comprendono pronunciamenti nobili come: 

"Nessun animale berrà bevande alcoliche"; "Nessun animale dormirà in un letto"; Nessun animale ucciderà un altro animale". Ma il più saggio e più grande di tutti è: "Tutti gli animali sono uguali". 

Col volgere degli anni però le cose prendono una piega diversa da quella progettata. I lavoratori lavorano il doppio e mangiano la metà di quando erano sfruttati dal contadino Jones. Non così i leader, che adesso bevono e dormono nel letto di Jones. I lavoratori non si capacitano di come siano finite le cose. Allora vanno a leggere la gloriosa lista sulla parete posteriore della stalla e trovano che i sette gloriosi principi hanno una dicitura leggermente modificata. Solo poche parole che cambiano tutto:

"Nessun animale berrà bevande alcoliche.... eccessivamente";"Nessun animale dormirà in un letto... con le lenzuola"; "Nessun animale ucciderà un altro animale... senza giusta causa" e soprattutto infine "Tutti gli animali sono uguali.... ma qualcuno è più uguale degli altri". 

La presunzione di saper definire e regolamentare ogni aspetto della vita dell'uomo e della donna fa parte sostanzialmente della presunzione di voler essere pari a Dio. Chiudiamo quindi con le seguenti parole del Santo Padre: 

"La nostra intrinseca dignità e i nostri diritti fondamentali e inalienabili non sono il risultato di una convenzione sociale: essi precedono tutte le convenzioni sociali e offrono le norme che determinano la loro validità.La storia dei XX secolo è un deciso ammonimento contro i mali che scaturiscono dal ridurre gli esseri umani allo stato di oggetti che i potenti manipolano per un egoistico ritorno o per motivi ideologici. (11)

 

NOTE:

1)Simona Matone, convegno sul tema Relazioni tra genitori e figli 5 aprile 2001; Fonte agenzia Agi

2)Dal sito internete dell'Unicef, pagina "FAQ"

3)Organizzazioni non-governative, riconosciute dall'Organizzazione delle Nazioni Unite

4)Austin Ruse, "U.N. Bureau Releases Draft Document for Next year's Child Summit", Catholic Family & Human Rights Institute, 866 United Nations Plaza, Suite 4038, New York; sito web www.c-fam.org 

5)Idem

6)Idem

7)La sottolineatura è mia

8)10 settembre 2000

9)73ma riunione plenaria della 36ma Assemblea Generale delle Nazioni Unite, 25 novembre 1981, 3a Commissione; risoluzione n.36/55

10)articolo 15, sezione 3

11)Da un discorso del Santo Padre Giovanni Paolo II ai vescovi degli Stati Uniti d'America


 

Sullo stesso argomento:

Il lato oscuro della globalizzazione

 

 

 

 

Torna a Politica