CITTA’ DEL VATICANO, venerdì, 14 maggio 2004 .-
Il Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti ha
pubblicato l'Istruzione "Erga
migrantes caritas Christi" (La Carità di Cristo verso i migranti), per
far fronte, con una pastorale attualizzata, al fenomeno migratorio che conta più
di duecento milioni di persone.
In Sala Stampa Vaticana, il 14 maggio, Monsignor Agostino Marchetto, Segretario
del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, ha
spiegato le motivazione della nuova Istruzione vaticana con la quale si intende
aggiornare la pastorale migratoria, a trentacinque anni, ormai, dalla
pubblicazione del Motu proprio di Papa Paolo VI Pastoralis migratorum
cura, e dalla relativa Istruzione della Sacra Congregazione per i Vescovi De
pastorali migratorum cura ("Nemo est").
In questi ultimi tempi "è andata sempre più rafforzandosi, in Paesi di
antica tradizione cristiana, la presenza di immigrati di altre religioni".
La Chiesa "è dunque chiamata a entrare in dialogo con essi, dialogo [che]
deve essere condotto e attuato con la convinzione che la Chiesa è la via
ordinaria di salvezza e che solo essa possiede la pienezza dei mezzi di
salvezza" .
A questo punto, il documento della Santa Sede detta quattro importanti
avvertimenti:
1. "Ad evitare comunque fraintendimenti e confusioni, considerate le
diversità religiose che reciprocamente riconosciamo, per rispetto ai propri
luoghi sacri e anche alla religione dell'altro, non riteniamo opportuno che
quelli cattolici - chiese, cappelle, luoghi di culto, locali riservati alle
attività specifiche della evangelizzazione e della pastorale - siano messi a
disposizione di appartenenti a religioni non cristiane, né tanto meno che essi
siano usati per ottenere accoglienza di rivendicazioni rivolte alle Autorità
Pubbliche. Gli spazi di tipo sociale, invece, - quelli per il tempo libero, il
gioco ed altri momenti di socializzazione - potrebbero e dovrebbero rimanere
aperti a persone di altre religioni, nel rispetto delle regole seguite in tali
spazi. La socializzazione che ivi avviene sarebbe in effetti un'occasione per
favorire l'integrazione dei nuovi arrivati e preparare mediatori culturali
capaci di favorire il superamento delle barriere culturali e religiose
promuovendo una adeguata conoscenza reciproca".
2. "Le scuole cattoliche, poi, non devono rinunciare alle loro
caratteristiche peculiari e al proprio progetto educativo, cristianamente
orientato, quando vengono in esse accolti figli di migranti di altre religioni.
Di questo andranno chiaramente informati i genitori che volessero iscrivervi i
propri figli. Al tempo stesso nessun bambino dovrà essere obbligato a
partecipare a Liturgie cattoliche o a compiere gesti contrari alle proprie
convinzioni religiose. Inoltre le ore di religione previste dal programma, se
effettuate con carattere scolastico, potrebbero liberamente servire agli alunni
per conoscere una credenza diversa dalla loro. In queste ore si dovrà comunque
educare tutti al rispetto - senza relativismi - delle persone di altra
convinzione religiosa".
3. "Per quanto riguarda poi il matrimonio fra cattolici e migranti non
cristiani lo si dovrà sconsigliare, pur con variata intensità, secondo la
religione di ciascuno, con eccezione in casi speciali, secondo le norme del CIC
e del CCEO. Bisognerà infatti ricordare, con le parole di Papa Giovanni Paolo
II, che: "Nelle famiglie in cui ambedue i coniugi sono cattolici, è più
facile che essi condividano la propria fede con i figli. Pur riconoscendo con
gratitudine quei matrimoni misti che hanno successo nel nutrire la fede sia
degli sposi sia dei figli, il Sinodo incoraggia gli sforzi pastorali volti a
promuovere matrimoni tra persone della stessa fede".
4. "Nelle relazioni tra cristiani e aderenti ad altre religioni riveste
infine grande importanza il principio della reciprocità, intesa non come un
atteggiamento puramente rivendicativo, ma quale relazione fondata sul rispetto
reciproco e sulla giustizia nei trattamenti giuridico-religiosi. La reciprocità
è anche un atteggiamento del cuore e dello spirito, che ci rende capaci di
vivere insieme e ovunque in parità di diritti e di doveri. Una sana reciprocità
spinge ciascuno a diventare "avvocato" dei diritti delle minoranze
dove la propria comunità religiosa è maggioritaria. Si pensi in questo caso
anche ai numerosi migranti cristiani in Paesi con maggioranza non cristiana
della popolazione, dove il diritto alla libertà religiosa è fortemente
ristretto o conculcato".