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Il brano qui pubblicato è una sintesi dell'articolo originale apparso sul quotidiano Il Giornale del 4.12.2005
Mentre parla, sottovoce e con fatica, la ginecologa Rossana Cirillo tiene gli occhi bassi. La parola che ricorre con più frequenza nel suo racconto è «pesante», declinata in tutte le varianti: «peso», «pesantezza», «pesava». In due ore e 51 minuti me la annoterò sul taccuino 15 volte. Dalle pareti dello studio sorridono in fotografia decine di neonati: «Una piccola parte di quelli che ho fatto nascere». Il contrasto con la tormentata mimica facciale della dottoressa è stridente. Dirigente di primo livello nella divisione di ostetricia e ginecologia dell'ospedale Villa Scassi a Genova, il medico Rossana Cirillo ha deciso dopo 25 anni di togliersi un peso, quel peso, dal cuore: non esegue più aborti. È diventata obiettrice di coscienza nel 2004. Dal 22 maggio 1978, quando entrò in vigore la legge 194, ha praticato fino a 12 interruzioni di gravidanza la settimana. Dagli Anni 90, con l'ondata immigratoria di extracomunitarie, il numero degli interventi è raddoppiato. Per un quinquennio s'è trovata in sala operatoria da sola. È ragionevole supporre che nell'arco di 1.300 settimane abbia effettuato dai 13.000 ai 23.000 aborti. Forse l'istinto d'autoconservazione le ha impedito di tenere la tragica contabilità. Lei non ne parla, io non trovo il coraggio di chiedere. La dottoressa Cirillo ha deposto cannula d'aspirazione e curette (il cucchiaio) ma non è diventata antiabortista. Anzi, continua a ritenere la 194 una buona legge, nonostante si rifiuti d'applicarla in prima persona. L'impressione è che la coerenza intellettuale faccia aggio sul travaglio interiore. Non può comportarsi altrimenti: entrerebbe in contraddizione con se stessa, con la sua storia di donna e di medico. Ai tempi dell'università animava con le compagne un gruppo d'autocoscienza. È stata tra le fondatrici del collettivo femminista permanente del Manifesto. Ha fatto la ginecologa per sei mesi in Nicaragua col Fronte sandinista. Qual è l'identikit della donna che abortisce? «Ceto medio, età 35-40 anni, sposata, due figli». Quali sono i motivi per cui una donna rifiuta il bambino? « Sono cambiati nel tempo. All'inizio influiva molto l'impossibilità d'assicurare al nascituro rapporti affettivi stabili. La gravidanza arrivava in una situazione familiare turbata, con i coniugi che litigavano. Tante pazienti erano giovanissime o tossicomani o avevano deciso a priori di non avere figli. Aggiungerei una ristretta minoranza di donne d'elevato livello culturale nelle quali agiva il desiderio inconscio di dimostrare a se stesse d'essere fertili. Soddisfatto quello...». Aberrante. «È un aspetto dell'animo umano». E oggi? «Si abortisce perché tutto dev'essere previsto e calcolato: il benessere economico, la carriera professionale, l'acquisto dei beni di consumo. Perciò si decide di fare un figlio solo in età avanzata. Del resto le giovani coppie vivono nella precarietà più totale, non hanno un lavoro fisso, non dispongono dell'alloggio». Mi sta dicendo che si abortisce per soldi? «Oggi prevalgono quelli. Negli Anni 80 contava di più l'aspetto interiore, il non sentirsi pronte, il non avere un compagno affidabile. Anche se ultimamente noto un aumento di coppie che, benché prive di sicurezze materiali, decidono di portare avanti la gravidanza. I venticinquenni sono più fiduciosi, positivi, aperti alla vita dei trentacinquenni». E le immigrate perché ricorrono numerose alla 194? «Non possono permettersi una gravidanza. Devono lavorare per mandare i soldi in patria, dove magari hanno già dei figli. Africane e ragazze dell'Est vengono qui a prostituirsi, per loro restare incinte è un incidente. Mi sono trovata ad affrontare 30-40 extracomunitarie al colpo, tutte di lingua diversa, assistita da una sola infermiera. Io parlo male l'inglese, ma anche le nigeriane non scherzano. Era impossibile capirsi. Spesso stentavo persino a comprendere se volevano abortire o no». Ma lei ci provava a convincere le gestanti a rinunciare all'aborto? «Agli inizi, finché mi è stato possibile, sì». Con quali argomenti? «Uno solo: signora, non ho mai conosciuto una donna dispiaciuta d'aver scelto di far nascere un figlio». Le sono capitati casi di donne che si sono pentite d'aver abortito? «Sì. Spesso poi hanno avuto un altro figlio». E donne la cui psiche è rimasta segnata per sempre? «Ho visto persone soffrire per molti anni fino ad ammalarsi di tumori alla mammella. Più di un caso di questo genere, ho visto». Adesso può dirmi perché ha smesso di eseguire interruzioni di gravidanza? «Ho cominciato a non credere più nelle ideologie, a dare importanza a quello che sentivo come vero. Ho aderito a me stessa, a ciò che è giusto e che mi fa star bene». L'aborto non la faceva star bene. «No, non mi faceva più star bene. Sono andata a un corso di meditazione tibetana con un maestro tedesco, nelle Marche. Di solito ti mettono in fondo a un pozzo e ti tirano su dopo tre settimane. Io sono rimasta da sola in silenzio per tre giorni e mezzo, chiusa in una stanza buia, le orecchie tappate, gli occhi tappati. Una deprivazione sensoriale totale. Essendo costretti a stare con se stessi, si va oltre se stessi. E lì non ho "pensato" che non me la sentivo più di praticare aborti: ho "sentito" che non me la sentivo più». |