|
|
Globalizzazione e pensiero cristiano Card. Dionigi Tettamanzi |
|
|
Globalizzazione è fenomeno tuttora in itinere, visibilmente avviato, ma altrettanto visibilmente lontano da ogni maturità, in qualche modo "acerbo" quanto un adolescente e perciò capace di tante asprezze e di altrettante generosità. Un "segno dei tempi" certamente, quale mi è apparso fin dalle prime riflessioni di qualche anno fa; forse proprio per questo suo carattere adolescenziale in cui tutto è già promesso e nulla è ancora realizzato. Anche per questo la Chiesa, maestra in umanità, chiamata alla profezia e dunque educata a leggere i segni dei tempi, ha titolo per riflettere sulla globalizzazione e, magari, per suggerirne i futuri cammini. Anche, ma non solo per questo. "Andate e annunciate la buona novella a tutti gli uomini!" (cfr. Matteo 28, 19-20; Marco 16, 15-16; Atti 1, 8) è il mandato da cui la Chiesa trae origine e destino; dunque "cattolica" essa lo è fin dalla sua costituzione: cattolica ovvero universale, e quindi anche globale - pur se il termine, più forte e più grezzo degli altri due, in questo contesto può persino apparire sgraziato - tanto da poter dire di se stessa che o sarà globale o non sarà affatto! La nostra riflessione sull'argomento può essere utilmente introdotta da un testo in qualche modo onnicomprensivo e sintetico, e insieme quanto mai lucido e preciso, della sua ampia e articolata problematica. Si tratta del discorso di Giovanni Paolo II che, in occasione del Grande Giubileo 2000, ha rivolto il 2 maggio ai Rappresentanti mondiali delle diverse categorie dei lavoratori. "A rendere ancor più complesso il mondo del lavoro - diceva - interviene oggi la cosiddetta 'globalizzazione'. E' un fenomeno nuovo, che occorre conoscere e valutare con un'indagine attenta e puntuale, poiché si presenta con una spiccata caratteristica di 'ambivalenza'. Può essere un bene per l'uomo e la società, ma potrebbe rivelarsi anche un danno dalle non lievi conseguenze. Tutto dipende da alcune scelte di fondo: se cioè la 'globalizzazione' viene posta al servizio dell'uomo, e di ogni uomo, o esclusivamente a profitto d'uno sviluppo svincolato dai principi della solidarietà, della partecipazione e al di fuori di una responsabile sussidiarietà. Al riguardo, è importante tener presente che più il mercato è globale, più deve essere equilibrato da una cultura globale della solidarietà, attenta ai bisogni dei più deboli. Vanno, inoltre, salvaguardate la democrazia, anche economica, ed insieme una retta concezione della persona e della società. L'uomo ha diritto ad uno sviluppo che coinvolga tutte le dimensioni della sua vita. L'economia, anche se globalizzata, va sempre integrata nel tessuto complessivo delle relazioni sociali, delle quali costituisce una componente importante, ma non esclusiva. Anche per la globalizzazione è necessaria una nuova cultura, nuove regole e nuove istituzioni a livello mondiale. Politica ed economia debbono, in questo campo, collaborare per determinare progetti a breve, medio e lungo termine, che abbiano come scopo la remissione, o almeno la diminuzione del debito pubblico dei Paesi poveri del mondo. Si è intrapreso, in questo senso, un lodevole cammino di corresponsabilità che va rafforzato e, questo sì, globalizzato perché tutti i Paesi si sentano coinvolti. Un cammino impegnativo che, proprio per questo, esalta la responsabilità di ciascuno e di tutti". Che cosa è la globalizzazione? Per addentrarci correttamente nell'analisi del fenomeno della globalizzazione, dobbiamo dare risposta a un'esigenza pregiudiziale: l'esigenza di una chiarificazione terminologica e contenutistica. E' un neologismo, una parola che non si conosceva fino ad alucni anni fa e che oggi tutti pronunciano perché, prima di essere un principio, è un fatto la globalizzazione dei mercati, dell'economia e della finanza Tutti ne parlano, ma con grande varietà di accenti e di sottese interpretazioni. In tal senso occorre l'umiltà e la saggezza di partire da una domanda elementare: che cosa è la globalizzazione? E non è certo ingenuità porre questa domanda, perché, al di là dell'idea diffusa del "villaggio globale" - su cui peraltro ritorneremo per valutarne la reale fondatezza - o del trovarci, noi abitanti del mondo, tutti quanti su di una stessa barca, la risposta alla domanda si presenta assai complessa. Da un'attenta lettura di alcuni testi sull'argomento sembra di dover giungere alla conclusione che a tutt'oggi risulta assai difficile una vera e propria definizione, una definizione che sappia essere incisiva e uniforme. E difficile appare persino una semplice descrizione, trattandosi di un fenomeno che "rischia di trasformarsi in uno slogan, in un mito, quasi una nuova formula o peggio ancora una nuova ideologia, per capire il nostro mondo, che purtroppo è invece sempre più complesso e non si lascia racchiudere in formule semplificanti" Può essere di una certa utilità la distinzione che alcuni autori hanno avanzato tra internazionalizzazione, mondializzazione e globalizzazione. Seguendo tale approccio, internazionalizzazione indicherebbe il carattere dei rapporti economici, politici, giuridici e culturali che una comunità o uno Stato stabiliscono con altri: mercantile (scambio di merci), produttiva (investimenti all'estero), finanziaria (movimenti di capitali), tecnologica (trasferimento di tecnologie), culturale (rapporti culturali), movimenti di persone (migrazioni). Mondializzazione raccoglierebbe il complesso di problemi i cui effetti si manifestano a livello mondiale e le cui soluzioni sono possibili solo a livello mondiale attraverso la creazione di organismi internazionali e la cooperazione tra Stati nazionali (problemi ambientali, dell'acqua, del clima, dell'energia, delle migrazioni, delle malattie endemiche ed epidemiche, della pace, degli armamenti, delle mafie…). Globalizzazione, infine, starebbe ad indicare le nuove forme assunte nel mondo dal processo di accumulazione di capitale, in particolare in questa fine secolo dalla triade Usa, Giappone, Unione Europea per controllare mercato e risorse a disposizione e per ottenere profitti su scala mondiale. In realtà, col passare del tempo, la globalizzazione si è estesa ed intrecciata con altri fenomeni col risultato di attenuare, fin quasi a vanificare, la frontiera che pareva separarla dalla mondializzazione e di condizionare fin quasi a inglobare non pochi né marginali aspetti della internazionalizzazione. In questo contesto è possibile aggiornare e approfondire l'analisi della globalizzazione scorrendo la sequenza di alcuni elementi caratteristici che compongono il fenomeno, secondo il suggerimento di taluni testi che risultano significativi ai nostri fini. a) L'ecosistema. È' globale da sempre, e lo è per natura e non per intervento umano, mentre "recente è la consapevolezza della sua globalità. In particolare questa è cresciuta insieme con la nostra ricerca di fondate previsioni sulle sue dinamiche, fino alla celebre scoperta che 'il battito delle ali di una farfalla in Amazonia può scatenare un tifone in California'". b) La finanza. La formazione di un mercato finanziario globale, nato dall'euro-mercato e dalla deregulation, è iniziata negli anni Ottanta e si è costantemente sviluppata. La struttura finanziaria dell'impresa ha assunto perciò un ruolo centrale rispetto alla sua dimensione economica reale, ovvero alla produzione di beni e di servizi: "Se un tempo i contratti avevano la funzione di far circolare le merci, oggi servono anche per cercare prodotti finanziari". Contemporaneamente borse e monete hanno assunto un peso crescente nei meccanismi di sviluppo dell'economia (e non solo dell'economia) mondiale: "Borse e cambi sono tra loro mutuamente dipendenti con effetti pericolosissimi di amplificazione delle oscillazioni; Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale e Banche Regionali di Sviluppo formano una rete che determina i destini finanziari (e quindi condiziona i destini tout court) degli stessi Stati; la 'finanza pirata' ha mostrato ripetutamente di poter mettere in ginocchio le stesse Banche Centrali dei Paesi industrializzati, e solo dimensioni tipo UE o USA appaiono per ora fuori della sua portata; cospicui flussi di capitali circolano in libertà su tutto il globo e accettano di essere intercettati da operatori industriali di ogni nazionalità interessati a realizzare fabbriche o infrastrutture in qualsiasi Paese, divenendo così, di fatto, il primo collante per la globalizzazione del mercato. Non possiamo però dimenticare né che la finanza privata si muove in libertà né che le istituzioni internazionali sopra citate sono drammaticamente 'autoreferenziali'" cosicché, oggettivamente, e senza che ciò intenda né possa suonare a giudizio di merito, "la finanza, il primo fattore artificiale di integrazione globale, deve purtroppo essere dichiarato fondamentalmente 'irresponsabile'". c) La tecnologia. Crescono ad un tempo il potere della conoscenza delle tecnologie e l'aumento del tasso di obsolescenza delle innovazioni tecnologiche. Per di più le innovazioni tecnologiche oggi non sono più rintracciabili necessariamente nei beni e nei servizi scambiati, ma sono incorporati nelle menti degli individui. Cosicché, per trarre vantaggio dalla conoscenza (in termini tecnico-scientifici) occorre aver già superato una determinata soglia di sapere, in modo da poter "dialogare" con essa. d) L'iperconcorrenza. È la legge della competitività portata alle estreme conseguenze, agevolata dall'attuazione delle parole d'ordine "liberalizzazione, privatizzazione e deregulation". e) Il lavoro. "La 'forza lavoro' in parte circola, in parte maggiore è coinvolta in attività produttive dislocate per lo più in obbedienza alla regola secondo cui le aziende dei Paesi ricchi trasferiscono tutte le attività che possono a quelli con basso costo del lavoro. Ciò accade in maniera 'corretta' quando i lavoratori coinvolti sono impiegati secondo le regole e ai valori economici in essere nel loro Paese, accade in maniera 'scorretta' e, più precisamente, immorale e illegale quando tali condizioni sono eluse fino allo sfruttamento". Ma anche il processo più corretto evidenzia alcuni grossi problemi: si da un 'conflitto tra solidarietà' nel momento in cui l'occupazione viene erosa in patria a favore di altri paesi, generalmente più poveri, e si evidenzia una fattispecie di competizione tra 'sistemi Paese' nella ragione economica che sottostà alla scelta transnazionale nell'allocazione del lavoro. Proprio qui, tra l'altro, possiamo riconoscere un riflesso rilevante della citata iperconcorrenza, sul quale avremo modo di tornare. f) L'informazione. Ha certamente unificato il mondo, dandoci continua notizia dei suoi accadimenti e così concorrendo, insieme con l'impressionante sviluppo dei mezzi di trasporto a farlo, per così dire, più piccolo, un "villaggio" appunto; ma la sensazione di piena e perfetta conoscenza che normalmente ne deriviamo non è poi così fondata. Infatti, "mentre crediamo di conoscere il mondo, conosciamo solo quello rappresentato. Così apprendiamo senza partecipare e diventiamo informati l'uno dell'altro senza conoscerci. L'illusione è perfetta e perciò tanto più perniciosa! Pensiamo solo alle esclusioni, ora casuali ora 'del regista': il conflitto che vediamo esiste, quello non mostrato non esiste, quello che era mostrato fino a ieri e ora non lo è più è 'finito', finito davvero per noi anche se continua e finito è solo il budget di quella televisione per quello scopo...". Non solo, "la realtà virtuale, infatti, sembra straordinariamente simile, praticamente uguale, alla realtà reale, e invece, a differenza di quella, non ci tocca davvero, non scende nel profondo del nostro essere. Suscita sì emozioni, talora fondate e sincere, più spesso mendaci, quasi sempre effimere. Allora possiamo anche dire di apprendere per questa via qualcosa di ciò che accade nel pianeta, possiamo anche legittimamente rivendicare per noi una condizione di 'gente informata', ma pretendere di conoscerci... questo proprio non potremmo". g) La cultura. Affine all'informazione eppure da questa profondamente remota, la cultura tenta di farsi, a somiglianza di quella, cultura globale, quale risultante di tante diverse combinazioni e contaminazioni, in cui naturalmente il peso dei singoli apporti riflette la capacità di influenza delle varie nazioni componenti. In ogni caso il processo è davvero ancora incipiente. h) Ultimo significativo elemento di questa carrellata - per taluni quello essenziale - è la perdita di rilevanza dello Stato o del sistema nazionale inteso come punto di riferimento fondamentale. In particolare il potere delle autorità nazionali in materia monetaria, finanziaria e fiscale si è molto ridotto: "Sebbene sia erroneo dichiarare la morte del capitalismo nazionale, è corretto affermare che il capitalismo nazionale ha cessato di essere l'unica forma coerente di organizzazione del capitale ... La storia del capitalismo ha cessato di essere definita da e limitata ai confini nazionali ". Con conseguenze spesso di estrema gravità se Paolo Savona può affermare che "l'aver consentito che la foreign dominance caratterizzasse la creazione monetaria e che i mercati si impossessassero della sovranità monetaria corrisponde al venir meno delle condizioni indispensabili per l'esercizio della sovranità popolare anche nei Parlamenti democraticamente eletti. Sono ormai i mercati a dettare legge in un ambiente in cui la componente economica delle scelte tende a svettare su ogni altra componente della scala dei valori sociali". La globalizzazione come "segno dei tempi" Gli elementi sinora ricordati in rapidissima sintesi presentano, anzi tutto, alcuni aspetti tecnici dai quali peraltro scaturiscono non poche e non semplici problematiche: ma per questi aspetti non ho una specifica competenza. Presentano però anche molteplici aspetti propriamente umani, e quindi morali, sui quali noi - in quanto uomini - ci sentiamo tutti chiamati in causa. Sono gli aspetti che cercheremo di approfondire ora, offrendo qualche spunto di riflessione alla luce del pensiero cristiano. Un primo spunto viene dalla lettura della globalizzazione nella prospettiva di un segno dei tempi. A sollecitarci a questo tipo di lettura sono già i giudizi stessi, così disparati se non contraddittori, che non poche volte vengono dati della globalizzazione, improntati al più grande ottimismo o imbevuti di fiero pessimismo. C'è, infatti, chi la mitizza e chi la demonizza, chi la vede come fonte di tanti beni e chi - invece - la pensa causa di tanti mali. La prospettiva dei "segni dei tempi" ci fa cogliere nella globalizzazione, anzi tutto, un fenomeno di ampie e profonde proporzioni, caratteristico della storia di questo periodo dell'umanità. Essa è un dato, dal quale non si può prescindere. E non è neppure un semplice dato esteriore e marginale all'uomo, dal momento che porta impresso il sigillo dell'uomo. È invece un dato umano, in quanto vede implicato l'uomo, sia come destinatario, sia come soggetto attivo, e dunque l'uomo nella sua libertà, il cui concreto esercizio conduce e al bene e al male. La globalizzazione si rivela così come un fenomeno ambivalente: segnato da esiti positivi e da esiti negativi. A titolo d'esempio, ricordiamo il Sinodo delle Americhe - del nord, del centro e del sud - tenutosi a Roma nel novembre-dicembre 1997, che nella Proposizione n. 74 così esprime il giudizio dei Vescovi sulla globalizzazione economica: "Benché sia vero che la crescita della globalizzazione porta con sé delle conseguenze positive come l'aumento dell'efficienza e l'incremento della produzione, che possono rafforzare il processo di unità dei popoli e rendere un miglior servizio alla famiglia umana, tuttavia, essendo retta dalle leggi di mercato applicate secondo i vantaggi dei potenti, ha anche altre conseguenze estremamente negative: l'attribuzione di valore assoluto all'economia, la disoccupazione, la diminuzione e il deterioramento di alcuni servizi pubblici, la distruzione dell'ambiente naturale, la crescita del divario tra ricchi e poveri, un'ingiusta competizione che colloca le nazioni povere sempre più in basso". La proposizione è stata ripresa dall'esortazione apostolica post-sinodale Ecclesia in America del 1999 (n. 20). Da parte sua il Santo Padre, nel Messaggio in occasione della Giornata Mondiale 1998, scrive: "I vasti mutamenti geo-politici succedutisi dopo il 1989 sono stati accompagnati da vere rivoluzioni nel campo sociale ed economico. La globalizzazione dell'economia e della finanza è ormai una realtà e sempre più chiaramente si vanno raccogliendo gli effetti dei rapidi progressi legati alle tecnologie informatiche. Siamo alle soglie di una nuova era, che porta con sé grandi speranze ed inquietanti interrogativi. Quali saranno le conseguenze dei cambiamenti in atto? Potranno tutti trarre vantaggio da un mercato globale? Avranno finalmente tutti la possibilità di godere la pace? Le relazioni tra gli Stati saranno più eque, oppure le competizioni economiche e le rivalità tra i popoli e le nazioni condurranno l'umanità verso una situazione di instabilità ancora maggiore?". Gli interrogativi posti dal Papa ci introducono ad un altro aspetto essenziale e decisivo dei "segni dei tempi": l'aspetto specificamente morale. Infatti, il dato umano della globalizzazione, proprio perché "umano", si configura necessariamente anche come un compito affidato all'uomo: l'uomo deve far opera di discernimento, ossia deve saper leggere in modo critico gli aspetti positivi e quelli negativi di fatto presenti nel fenomeno globalizzazione. Non si tratta però di una lettura critica fine a se stessa, perché il discernimento sollecita l'uomo ad essere veramente libero, ossia ad assumere le sue responsabilità per "governare" da uomo (e quindi per il vero bene dell'uomo stesso) il fenomeno globalizzazione. Emergono così, immediatamente, due precisi impegni: quello di "conoscere" il fenomeno e quello di "governarlo". Non è un discorso astratto, ma estremamente concreto: un discorso anche provocatorio di fronte all'abituale e comune ignoranza di quanto così pesantemente grava sulla vita delle persone e dei popoli e di fronte a quanti ritengono che la globalizzazione sia un fenomeno del tutto irreversibile e irresistibile. Peraltro a contraddire quest'ultima "convinzione" sta il fatto dell'emergere di nuove regionalizzazioni e di nuovi localismi. Riteniamo che si possa opportunamente applicare al fenomeno della globalizzazione nella prospettiva di un segno dei tempi quanto scrive il Concilio Vaticano II nella Costituzione pastorale Gaudium et spes: "Il popolo di Dio, mosso dalla fede, per cui crede di essere condotto dallo Spirito del Signore che riempie l'universo, cerca di discernere negli avvenimenti, nelle esigenze e nelle aspirazioni, cui prende parte insieme con gli altri uomini del nostro tempo, quali siano i veri segni della presenza o del disegno di Dio. La fede infatti tutto illumina di una luce nuova e svela le intenzioni di Dio sulla vocazione integrale dell'uomo e perciò guida l'intelligenza verso soluzioni pienamente umane" (n. 11). Come si può immediatamente rilevare, siamo di fronte a un testo conciliare denso e stimolante. Ci basti sottolinearne qualche aspetto. Il primo: il discernimento dei fenomeni storici, sociali e culturali va operato con l'intelligenza, con la ragione umana. Si apre qui lo spazio per lo studio rigorosamente scientifico, come studio del tutto legittimo, anzi necessario. Ma si apre, al contempo, lo spazio per una riflessione e per una valutazione fatta con la recta ratio, direbbero i filosofi, anzi con la sapienza, che sola può decifrare i valori e le esigenze più vere e profonde dell'uomo (cfr. Gaudium et spes, 15). Un secondo aspetto: come cristiani la lettura critica del fenomeno della globalizzazione è da operarsi con una ragione che viene illuminata da "una luce nuova", ossia dalla fede: in tal modo si possono scoprire "le intenzioni di Dio sulla vocazione integrale dell'uomo". Il Concilio è di una chiarezza singolare: la fede non si contrappone affatto alla ragione umana, ma la conferma e la potenzia anche sotto il profilo specificamente umano. In tal senso il Concilio scrive che la fede "guida l'intelligenza verso soluzioni pienamente umane". In questo contesto i cristiani, anche nella lettura della globalizzazione, sono aiutati dal magistero sociale della Chiesa, un magistero - vale la pena di sottolinearlo - che deve vedere il laicato cristiano, non solo come destinatario o semplice ascoltatore ed esecutore, ma anche - sia pure a certe condizioni - come attivamente partecipe, come vero e proprio "protagonista". Quanto Giovanni Paolo Il ha detto a proposito della Rerum Novarum - e cioè che Leone XIII "si ispirava all'insegnamento dei predecessori, nonché ai molti Documenti episcopali, agli studi scientifici promossi da laici, all'azione di movimenti e associazioni cattoliche ed alle concrete realizzazioni in campo sociale, che contraddistinsero la vita della Chiesa nella seconda metà del XIX secolo" (Centesimus annus, 4) - ha un valore generale in rapporto alla dottrina sociale della Chiesa, caratterizzata sia da continuità e da novità, sia da una stretta collaborazione tra la parola gerarchica e l'apporto laicale, e questo nel duplice ambito della riflessione e dell'esperienza di vita. L'economia è per l'uomo La lettura razionale e di fede del fenomeno globalizzazione ne affronta, in primo luogo, l'aspetto più evidente, che è quello economico-finanziario. E l'affronta come applicazione specifica del più generale rapporto tra economia ed etica. Tale rapporto può esprimersi secondo un linguaggio evangelico in termini generalissimi ma tutt'altro che astratti: non è l'uomo per l'economia ma è l'economia per l'uomo. E rileviamo immediatamente come questo "principio" non è affatto scontato, anzi sta in aperto conflitto, tanto con il riduzionismo insito nelle grandi ideologie sociali di ieri, quanto con la prepotenza liberistica di oggi. Il principio indica con estrema chiarezza la relativizzazione dell'economia all'uomo. Ora il concetto di relativizzazione rimanda a qualcosa che è insieme valore e limite: l'economia è sì un valore, ma non è il valore unico e sommo per la vita e per il destino dell'uomo, dell'uomo singolo e dei popoli. E' davvero urgente interpretare e organizzare l'economia riconoscendone con grande onestà e chiarezza sia il valore sia i limiti. Nessuno può certo negare che l'economia, proprio in quanto è un aspetto e una dimensione dell'attività umana, abbia e sia un valore. Paolo VI scrive nella lettera Octogesima adveniens: "L'attività economica, ch'è necessaria, può essere 'sorgente di fraternità e segno della Provvidenza' (Populorum Progressio, 86) se posta al servizio dell'uomo: essa è l'occasione di scambi concreti tra gli uomini, di diritti riconosciuti, di servizi resi, di dignità affermata nel lavoro. Terreno spesso di confronto e di dominio, essa può instaurare dialoghi e favorire cooperazioni " (n. 46). In particolare, Giovanni Paolo Il nell'enciclica Centesimus annus afferma la positività di un "sistema economico che riconosce il ruolo fondamentale e positivo dell'impresa, del mercato, della proprietà privata e della conseguente responsabilità per i mezzi di produzione, della libera creatività umana nel settore dell'economia" (n. 42); così come riconosce, in questo quadro, la giusta funzione del profitto e, più generalmente, dell'efficienza economica. Ma tutto questo non può né deve essere assolutizzato, negando i limiti intriseci dell'attività economica, come se l'efficienza economica fosse l'unico e fondamentale criterio delle decisioni e delle scelte. L'assolutizzazione dell'economia equivale ad una forma di "idolatria", perché guarda ai "beni" come se fossero il "bene", il sommo e unico bene dell'uomo. Sono qui da ricordare le solenni parole di Gesù: "Qual vantaggio avrà l'uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima? O che cosa l'uomo potrà dare in cambio della propria anima?" (Matteo 16,26). In questo senso il Papa scrive nella Centesimus annus: "L'economia è solo un aspetto ed una dimensione della complessa attività umana. Se essa è assolutizzata, se la produzione ed il consumo delle merci finiscono con l'occupare il centro della vita sociale e diventano l'unico valore della società, non subordinato ad alcun altro, la causa va ricercata non solo e non tanto nel sistema economico stesso, quanto nel fatto che l'intero sistema socio-culturale, ignorando la dimensione etica e religiosa, si è indebolito e ormai si limita solo alla produzione dei beni e dei servizi. Tutto ciò si può riassumere affermando ancora una volta che la libertà economica è soltanto un elemento della libertà umana. Quando quella si rende autonoma, quando cioè l'uomo è visto più come un produttore o un consumatore di beni che come un soggetto che produce e consuma per vivere, allora perde la sua necessaria relazione con la persona umana e finisce con l'alienarla ed opprimerla" (n. 39). Esattamente come abbiamo sopra affermato: non l'uomo per l'economia, ma l'economia per l'uomo! E' evidente però che l'uomo dev'essere qui inteso nella totalità unificata dei suoi valori e delle sue esigenze, delle sue dimensioni e dei suoi aspetti. Così inteso, l'uomo, la persona umana, è dell'attività economica il soggetto, il fondamento e il fine! Un nuovo "spazio" politico La lettura razionale e di fede del fenomeno della globalizzazione conduce a rilevare un secondo e fondamentale aspetto: la sua dimensione "politica", a partire dall'essenziale dimensione sociale dell'uomo stesso. Di qui un'altra esigenza etica ineludibile: quella propriamente politica. E' un'esigenza oggi particolarmente acuta, per una serie di motivi, tra i quali emergono, da un lato, le gravi o gravissime ineguaglianze fra le diverse nazioni, come pure fra le persone e i gruppi all'interno di ogni Paese; e, dall'altro lato, il fatto che si sta creando sempre più uno spazio di potere economico, soprattutto finanziario, sempre più sganciato dagli Stati, cioè dagli ordinari soggetti di diritto e di vigilanza; spazio, quindi, al di fuori degli ambiti che sinora erano per definizione preposti al bene comune, alla distribuzione dei pesi e dei vantaggi. In realtà, al protagonismo economico-finanziario delle grandi imprese presenti nei mercati e nelle banche continentali e mondiali si affianca una modesta e comunque insufficiente capacità di controllo e di orientamento da parte dei soggetti politici, che agiscono ancora secondo prospettive nazionali e in condizioni, spesso, di scarsa efficacia. Ora, già Paolo VI nell'enciclica Populorum progressio, del 1967, aveva sollecitato con forza l'intervento della politica nel campo economico, scrivendo che "la sola iniziativa individuale e il semplice gioco della concorrenza non potrebbero assicurare il successo dello sviluppo (e l'obiettivo da raggiungere era, secondo Papa Montini, 'lo sviluppo integrale mediante la promozione di ogni uomo e di tutto l'uomo') . Non bisogna correre il rischio di accrescere ulteriormente la ricchezza dei ricchi e la potenza dei forti, ribadendo la miseria dei poveri, e rendendo più pesante la servitù degli oppressi. Sono dunque necessari dei programmi per incoraggiare, stimolare, coordinare, supplire e integrare l'azione degli individui e dei corpi intermedi. Spetta ai poteri pubblici scegliere, o anche imporre, gli obiettivi da perseguire, i traguardi da raggiungere, i mezzi onde pervenirvi, tocca ad essi stimolare tutte le forze organizzative in questa azione comune" (n. 33). Occorre, dunque, un nuovo "spazio" politico in senso proprio, secondo l'effato "ubi societas, ibi ius". Occorre operare il passaggio dall'economia alla politica, nella convinzione che nel settore sociale ed economico, sia nazionale che internazionale, l'ultima decisione spetta al potere politico, come ancora una volta ha mostrato lo stesso Paolo VI nella lettera apostolica Octogesima adveniens (n. 46). Oggi però a una comunità economica internazionale - e comunque a una "mondializzazione" dell'economia in seguito e a causa del fenomeno della globalizzazione - deve poter corrispondere una società civile internazionale, capace di esprimere forme di soggettività sia economica che politica ispirate a "regole" accettate da tutti ed elaborate democraticamente, regole che in ultima analisi si riconducono alla ricerca del bene comune di tutto il globo e alla solidarietà. In questo senso, parlando il 25 aprile 1997 alla Pontifica Accademia delle Scienze Sociali, Giovanni Paolo II diceva: "Occorre riconoscere che nell'ambito di un'economia 'mondializzata', la regolamentazione etica e giuridica del mercato è obiettivamente più difficile. Per giungerci efficacemente, in effetti le iniziative politiche dei diversi Paesi non bastano; occorrono la 'concertazione fra i grandi Paesi' e il consolidamento di un ordine democratico planetario con istituzioni in cui 'siano equamente rappresentati gli interessi della grande famiglia umana' (Centesimus annus, 58). Le istituzioni non mancano a livello regionale o nazionale. Penso in particolare all'Organizzazione delle Nazioni Unite e alle sue diverse agenzie con vocazione sociale. Penso anche al ruolo che svolgono entità quali il Fondo Monetario Internazionale e l'Organizzazione Mondiale del Commercio. E' urgente che, nel terreno della libertà, si consolidi una cultura delle 'regole' che non si limiti alla promozione del semplice funzionamento commerciale, ma che si occupi, grazie a strumenti giuridici sicuri, della tutela dei diritti umani in ogni parte del mondo" (n. 6). E come già per l'economia, anche per la politica chiamata a "regolarla" il principio fondamentale può nuovamente formularsi secondo il linguaggio evangelico: non è l'uomo per la politica, ma è la politica per l'uomo. Più precisamente, l'uomo inteso come il soggetto, il fondamento e il fine! Il progresso "nuovo nome della pace" Eccoci dunque nel cuore stesso dell'"umanesimo plenario" di Paolo VI, il cui obiettivo - ripetiamo - era "lo sviluppo integrale mediante la promozione di ogni uomo, di tutto l'uomo". Infatti solo un progresso che si connoti come sviluppo integrale merita la qualifica di nuovo nome della pace, che la Populorum progressio profeticamente gli attribuisce. Giacché proprio di profezia si tratta, ma di profezia tuttora inattuata, in attesa che lo sviluppo cui abbiamo messo mano in questi decenni si decida a rientrare nell'alveo che il Papa aveva tracciato. Senza entrare, ora, in questioni troppo tecniche e senza pretendere di giustificare ogni affermazione per non appesantire la nostra riflessione sul fenomeno globalizzazione, possiamo richiamare il principio generale ("classico" per la dottrina sociale della Chiesa) della destinazione universale dei beni¸ con l'avvertenza che la sua concreta e credibile realizzazione passa attraverso il fatto di privilegiare i poveri, intesi non tanto come "destinatari" quanto come "soggetti" e "protagonisti" attivi e responsabili. Anche se il contesto della Centesimus annus è ristretto a un punto determinato e specifico, quello cioè della riduzione degli armamenti ai Paesi del Terzo Mondo, in realtà le sue parole enunciano una prospettiva generale: "Soprattutto sarà necessario abbandonare la mentalità che considera i poveri - persone e popoli - come un fardello e come fastidiosi importuni, che pretendono di consumare quanto altri han prodotto. I poveri chiedono il diritto di partecipare al godimento dei beni materiali e di mettere a frutto la loro capacità di lavoro, creando così un mondo più giusto e per tutti più prospero. L'elevazione dei poveri è una grande occasione per la crescita morale, culturale ed anche economica dell'intera umanità" (n. 28). Volendo offrire ora qualche linea operativa e culturale per "ridefinire" i programmi di sviluppo, perché sia effettivamente "integrale" e nel segno della "pace", ricordiamo le seguenti istanze fondamentali: a) Dobbiamo riconoscere la inammissibilità etica di ulteriori destinazioni non vitali delle risorse primarie. A questa condizione, e solo a questa condizione, un obiettivo di accettabile ed equilibrata qualità della vita torna ad essere possibile, senza che si debba imporre ai più poveri anche il sopruso di una paternità autoritariamente negata, come vorrebbero quanti, a malcelata tutela del loro capriccio, si ostinano ad osteggiare la posizione della Chiesa a difesa della vita. b) Sceglieremo allora per il domani un nuovo e diverso progetto di sviluppo che attenui le differenze e promuova una reale equità distributiva delle condizioni di vita tra tutti i popoli del mondo: per nessuno cesserà lo sviluppo; ma, al di sopra di un certo livello, questo dovrà abbandonare gli attuali connotati quantitativi per privilegiare la qualità. c) D'altra parte una crescita orientata secondo qualità presuppone un preciso fondamento di valori, un riferimento etico normativo e prospettico da tutti sostanzialmente condiviso. Dove trovarlo? Come trovarlo? Nel "villaggio globale" che noi siamo, verrebbe da dire. In effetti, come abbiamo visto analizzando la globalizzazione, nel mondo globale di oggi non c'è solo interdipendenza, ma anche un continuo fluire di immagini e messaggi che ci persuade di conoscere tutto in tempo reale e quasi di "vivere in diretta" la straordinaria avventura del mondo. Anche per ciò, come già abbiamo detto, lo chiamiamo villaggio! In realtà, pur essendo terribilmente più informati di un tempo, "noi conosciamo tuttora assai poco, e quel poco è selezionato non già secondo nostri pur discutibili criteri di scelta, ma secondo ciò che taluni decidono, ora strumentalmente, ora casualmente, di farci conoscere. Ed anche ciò di cui veniamo a conoscenza, ciò che vediamo sui nostri teleschermi, è mediato, 'virtualizzato', remotizzato dalla nostra coscienza. Ma è un fatto che, per il nostro spirito e per le nostre intime determinazioni, conta assai più un morto incontrato davvero - e contro questa eventualità sempre più abilmente ci proteggiamo - dei mille morti del 'piccolo schermo', magari immediatamente seguiti da una sfilata di moda! E allora [..] siamo sì 'globali', ma non siamo 'villaggio'! Nel 'villaggio', infatti, ci si conosce, ci si guarda in viso, si condividono gioie e pene di una comune avventura" d) Quella del viso, o del volto, è la questione fondamentale. Sta lì, infatti, antropologicamente, il fondamento naturale di una minima etica comune, come Lévinas ci ha giustamente ricordato. È dunque il villaggio quello che oggi ci manca nella globalità per poter sperare di riconoscere, nella diversità delle storie, delle culture, delle fedi o delle non-fedi, un 'nucleo minimo di valori condivisi': "All'uomo, infatti, sempre occorre una 'speranza storica' e il consumismo è stato ed è, per noi ricchi, il vessillo facile di tale speranza. Anche se quotidianamente ne sperimentiamo l'inganno. Lo 'sviluppo secondo qualità' può trovare un suo vessillo solo nella redenzione dei miseri, e questa esige dai ricchi una dimenticata o rigettata austerità. Ma come, perché e a chi sarebbe proponibile questo vessillo? Il 'villaggio' mi pare la sola risposta possibile, per ciò che il 'villaggio' porta con sé, per quel connotato di 'globalità compartecipata' che può darci in maniera naturale e concreta la sensazione di vivere a livello planetario la stagione di costruzione di una vivibile 'casa comune'". e) Ma, perché questa immensa 'megalopoli' che è il mondo di oggi diventi 'villaggio', occorre una trasformazione radicale che tocchi ogni ganglio della nostra storia: dalla politica alla società civile, dall'informazione alla letteratura, dalle religioni alla finanza e all'economia produttiva; occorre che mutino tutte; tutte e ciascuna, senza attendersi reciprocamente in sterile attesa, ma osando ciascuna la sua parte per avviare finalmente un circolo virtuoso. La globalizzazione è per l'uomo Già da quanto precede non è difficile cogliere che il livello più profondo del complesso e articolato fenomeno della globalizzazione è quello specificamente antropologico. E' proprio a questo livello che scende la lettura razionale e di fede della globalizzazione intesa come "segno dei tempi". Ma un'ulteriore pregnante sottolineatura di questo aspetto tipicamente umano ci viene dalla celebre analisi di Ralf Dahrendorf che, in Quadrare il cerchio, esprime con particolare incisività l'esigenza di dar vita ad un'armonia in qualche modo strutturale, ad una sinergia tra benessere economico, coesione sociale e libertà politica. Per taluni è questa un'esigenza del tutto utopica e quindi, di fatto, irrealizzabile; per altri, invece, è un'esigenza etica, e come tale è da proporsi e riproporsi come un impegno al quale non ci e lecito sottrarci. Si pone nella linea della mera utopia chi è convinto di trovarsi di fronte a un dilemma insuperabile: o lo sviluppo economico nella libertà politica ma senza la coesione sociale (il "primo modello" nella terminologia di Dahrendorf), oppure lo sviluppo economico e la coesione sociale senza la libertà politica (il "terzo modello"). Si pone, invece, nella linea dell'esigenza etica - non solo possibile ma irrinunciabile - chi crede nel primato indiscutibile dell'uomo. A proposito della sinergia tra mercato, società civile e Stato, in occasione della XLI Settimana Sociale dei Cattolici Italiani, dell'aprile 1991, Stefano Zamagni diceva: "In questa fase della transizione da un ordine economico internazionale a un altro è urgente ripensare le relazioni tra mercato, Stato e società civile. Questi tre termini possono essere pensati come i vertici di un triangolo che descrive i tre modi in cui le persone possono porsi in relazione l'una con l'altra. Come partecipanti al mercato, gli individui si pongono in relazione attraverso atti di scambio volontario: ognuno ottiene ciò che vuole offrendo qualcosa in cambio. Come cittadini di uno Stato, le relazioni fra le persone sono determinate da regole formali che definiscono ciò che ognuno può e ciò che ognuno deve fare: i beni vengono allocati sulla base di processi decisionali a valenza politica. Come membri di una comunità, infine, le persone entrano in relazione attraverso vincoli d'identità che determinano un obbligo informale di aiuto reciproco. La sfida che sta oggi di fronte alla cristianità è quella di riuscire a combinare in un modo nuovo questi tre vertici del triangolo, superando le obsolete e unilaterali esasperazioni sia del vecchio liberismo, sia dell'ormai estinto modello di socialismo reale". Ma che cosa è in gioco in ogni realtà considerata - sia essa il mercato, lo Stato o la società civile - se non l'uomo e la relazione tra gli uomini? Sì, ciascuna di queste tre realtà, e lo stesso rapporto tra di loro, rimandano a un "al di là" che è precisamente l'uomo, l'uomo concreto (ciascuno e tutti), al quale fanno riferimento obbligato economia, società e politica. In questo senso è stato giustamente detto che "il problema non è solo di quadrare il cerchio, bensì di trovare il centro del cerchio. E il centro è l'uomo, il centro è la società civile, il centro è una cittadinanza animata da un forte movimento ideale". Il centro è l'uomo! Forse a tanti potrà sembrare una troppo piccola cosa affrontare il prossimo problema attuale della globalizzazione facendo riferimento all'uomo, all'uomo concreto. In questo senso, possono tornare alla mente le parole del Salmo 8: "Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissate, che cosa è l'uomo perché te ne ricordi e il figlio dell'uomo perché te ne curi? (vv. 4-5). Ma si deve immediatamente rilevare che il Salmo così prosegue: "Eppure l'hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato: gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi" (vv. 6-7). In realtà il riferimento all'uomo, all'uomo concreto - anche per la globalizzazione - è assolutamente ineludibile e il solo capace di ridestare in tutti - nelle persone e nelle istituzioni - il senso della "responsabilità", cioè di una libertà che si attua in modo autenticamente umano e umanizzante solo nella verità, secondo la splendida e categorica affermazione di Cristo: "la verità vi farà liberi" (Giovanni 8, 32). E la prima verità - in un certo senso l'unica - è quella dell'uomo come immagine di Dio. In questa imago Dei sta l'uomo singolo, nella sua unicità e irripetibilità quale segno della sua incancellabile dignità personale; così come in questa imago Dei sta l'intera umanità nel suo complesso, nei termini di un'unica famiglia. Di qui l'esigenza irrinunciabile per una globalizzazione che voglia essere veramente umana: questa deve avvenire nel rispetto della totalità dei valori e delle esigenze - quelle materiali ma anche quelle morali e spirituali - dell'uomo singolo - di ciascun uomo, chiunque egli sia - e nel rispetto della solidarietà che lega insieme tutti gli uomini come membri dell'unica "famiglia".. In questo senso il Papa ha detto nel citato discorso ai membri della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali: "Più il mercato è 'globale', più deve essere equilibrato da una cultura 'globale' della solidarietà attenta ai bisogni dei più deboli. Sfortunatamente, nonostante le grandi dichiarazioni di principio, questo riferimento ai valori è sempre più compromesso dal risorgere di egoismi da parte di nazioni o di gruppi, così come, a un livello più profondo, da un relativismo etico e culturale molto diffuso, che minaccia la percezione del significato stesso dell'uomo" (n. 6). Eppure l'obiettivo resta necessariamente "la costruzione di una società che rispetti pienamente la dignità dell'uomo, che non può essere mai considerato come un oggetto o una mercanzia, in quanto porta in sé l'immagine di Dio" (n. 8). In una sola parola: "La sfida insomma è quella di assicurare una globalizzazione nella solidarietà, una globalizzazione senza marginalizzazione" (Messaggio per la Giornata della Pace 1998, n. 3). Del resto già l'anno precedente, nel corso di un'intervista rilasciata il 20 agosto 1997 al quotidiano francese La Croix il Papa aveva detto: "Il termine stesso di mondializzazione non mi soddisfa pienamente. Prima di tutto ci sono il mondo, le persone, la famiglia umana, la famiglia dei popoli. Questa realtà è preesistente alle tecniche di comunicazione che permettono di dare una dimensione mondiale a una parte, ma solo a una parte, della vita economica e della cultura. Di mondiale c'è innanzitutto un patrimonio comune; c'è, direi, l'uomo con la sua natura specifica di immagine di Dio e c'è l'umanità intera con la sua sete di libertà e di dignità. Mi sembra che sia a questo livello che si debba parlare innanzitutto di un movimento di mondializzazione, anche se è meno visibile e ancora frequentemente intralciato". Il pensiero del Papa è chiarissimo e viene ripetuto sotto angolature diverse. Ricordiamo, ancora, quanto scrive nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace del 1° gennaio 2000: "Vorrei invitare i cultori della scienza economica e gli stessi operatori del settore, come pure i responsabili politici, a prender atto dell'urgenza che la prassi economica e le politiche corrispondenti mirino al bene di ogni uomo e di tutto l'uomo. Lo richiede non solo l'etica, ma anche una sana economia. Sembra infatti confermato dall'esperienza che il successo economico sia sempre più condizionato dal fatto che vengano valorizzate le persone e le loro capacità, promossa la partecipazione, coltivate di più e meglio le conoscenze e le informazioni, incrementata la solidarietà" (n. 16). Il "già e non ancora" o dei fondamenti teologici della globalizzazione Dunque globalizzazione è fenomeno in itinere, fenomeno pienamente radicato nel cuore dell'umanità, anche a dispetto delle nostre recidive mancanze verso il dovere morale di governarlo verso questa sua intrinseca finalità; fenomeno universale perché naturalmente orientato verso gli uomini tutti, nonostante le tante barriere che ancora li separano. È quanto basta perché la Chiesa, come accennavamo all'inizio, se ne occupi con particolare attenzione ed impegno. Ma, a ben guardare, il nostro coinvolgimento quali discepoli di Cristo ha anche altre, più specifiche e più forti, ragioni. All'umanità, spezzettata al suo interno e nel suo rapporto con Dio dopo il peccato della prima coppia, Gesù Cristo ha offerto il rimedio decisivo e impensabile della sua passione, morte e risurrezione, chiamando gli uomini alla vita oltre la vita e dischiudendo loro- a tutti e a ciascuno - le porte del Regno. Con l'Incarnazione del Figlio di Dio tutto ciò è già realmente avvenuto, eppure il nostro impegno nella storia continua, ed è impegno ad evangelizzare, portando a tutti la "lieta notizia" della salvezza, e insieme a completare nella nostra carne "quello che manca ai patimenti di Cristo" - secondo la parola di Paolo, che ci richiama così alla straordinaria grandezza della nostra vocazione (Colossesi 1, 24) - fino a che il Figlio dell'uomo non tornerà nella gloria a concludere la storia e a inaugurare nella pienezza il Regno e il tempo-senza-tempo di Dio. Dunque tutto ciò è già realmente avvenuto, eppure non ancora pienamente compiuto. Già e non ancora: questa è la dimensione propria dell'Incarnazione, la sola possibile dimensione del mistero di Dio quando questo già tocca la terra e la storia, ma non ancora dissolve né l'una né l'altra nella gloria definitiva dei cieli e dell'eternità. In questa dimensione l'impegno che ci è richiesto è di preparare l'avvento pieno di quel Regno che misteriosamente è già tra noi e da cui la creazione tutta attende la sua definitiva liberazione gemendo nei dolori del parto, secondo la parola di Paolo (Romani 8, 19ss). Quando i primi uomini udivano il Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno, senza provare vergogna né nascondersi al suo sguardo perché il peccato non aveva ancora corrotto anime e sguardi, il colloquio con Lui era vivo e vivificante - per questo dopo il peccato che lo spezzò venne la morte -, e quel colloquio si specchiava nei loro dialoghi e il volto di Lui nel loro volto. Non diversamente, nel Regno che Cristo ci ha dischiuso, e per il cui avvento oltre la storia ci chiede di impegnarci nel tempo della nostra storia, risuoneranno daccapo i passi del Signore Dio e la vergogna farà luogo al gioioso abbandono nel perdono del Padre. Ma che fare per preparare nella storia questo epilogo della storia? Se, a causa del peccato, il colloquio dell'uomo con Dio stenta ora a specchiarsi in quello tra gli uomini e il suo volto nel nostro volto, è dal volto, dai mille volti dei mille uomini che con noi condividono questo tempo e questo spazio, che dobbiamo ripartire; dal volto e dal dialogo, che deve ritrovare gli accenti della condivisione e della carità. Se il giardino in cui il Signore Dio passeggiava era luogo di condivisione - della condivisione con Lui, che è lo "stato di grazia", e, in Lui, della condivisione con gli altri, con tutti gli altri, che è poi la "ecclesìa" o l'umanità dispiegata - è questo luogo di condivisione che dobbiamo tentare di ricreare: un luogo di tutti in cui il volto di ciascuno ritrovi evidenza, attenzione, rispetto, amore. Il "villaggio" che abbiamo riconosciuto necessario è nient'altro che questo luogo di condivisione, nient'altro, dunque, che questa povera e imperfetta prefigurazione del Regno che Cristo ci chiede di tentare. Forse la globalizzazione ci appare ora sotto una luce nuova: ambivalente, come ogni fenomeno umano, è strumento suscettibile di divaricare ulteriormente e tragicamente le sorti dei singoli e dei popoli e di inasprirne i rapporti, ma anche di avvicinare gli uomini, di facilitare i contatti, le informazioni e i colloqui, in definitiva di creare le condizioni perché il "villaggio dell'uomo" si realizzi prefigurando il Regno. Non è da sé strumento del Regno; può essere anche ostacolo grave, che affonda e disperde l'uomo nei mille rivoli dei desideri fino a fargli scordare Dio, o che sollecita la sua superbia fino a farne un contendente di Dio; ma può diventare il primo strumento per una comune universale scoperta di Dio e del Regno che Dio ha voluto per noi. Dipende da noi. Siamo richiesti di impegnarci con totale dedizione e senza garanzie di risultato - come sempre, del resto, quando si lavora per Dio - giacché "del Regno e del suo avvento nulla sappiamo, né il giorno né l'ora né il come, e, tra il Regno che verrà e ciò che qui intanto avremo preparato, è anche possibile una gigantesca cesura, una discontinuità totale in cui persino l'apostasia universale potrebbe trovare spazio ('ci sarà ancora la fede sulla terra quando il Figlio dell'uomo tornerà?'). Da 'servi inutili' eppure amati fino alla morte e alla morte di croce quali noi siamo, dobbiamo davvero lavorare per il dopo senza nulla pretendere; del resto se Dio non costruisse il villaggio faticheremmo invano! Dunque del Suo e non del nostro lavoro in ultima istanza si tratta". Dionigi Card. Tettamanzi
|