La libertà religiosa nei paesi a maggioranza islamica

Padre Samir Khalil Samir

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Volendo affrontare il problema della libertà religiosa dei cristiani nei paesi islamici, vorrei cominciare dalla sua esperienza personale. Lei è di origine egiziana, vive e insegna in Libano, a Beirut, in una terra che per molti anni è stata un esempio unico di convivenza e rispetto tra cristiani e musulmani; poi con la lunga guerra civile che ha sconvolto il paese molte cose sono cambiate. Quale è la situazione dei cristiani nel Libano di oggi?

Posso dire che la situazione è buona, per un motivo: perché il Libano non è paese islamico. È un paese dove i musulmani sono numerosi, forse la maggioranza, ma per fortuna è un paese che legalmente non si definisce musulmano, a differenza di tutti gli altri paesi arabi. Il Libano è l’unico paese che è allo stesso tempo arabo e non musulmano; questo si esprime a livello giuridico con il fatto che, per diritto, il Presidente della Repubblica deve essere un cristiano, mentre il Primo Ministro deve essere un musulmano. La realtà del Libano, che risale al 1923, quando fu varata la sua Costituzione, è frutto di un atteggiamento dei cristiani del Libano, un atteggiamento che mi ha sempre colpito. Io sono egiziano, ho vissuto in diversi paesi arabi, ma sono rimasto colpito dalla differenza che vedo nei cristiani del Libano, ed in parte in quelli della Siria. In Egitto abbiamo un atteggiamento da schiavi, dovuto a secoli di sottomissione che hanno portato ad un’attitudine a sopportare. Ciò ha anche prodotto una determinata spiritualità, bellissima, in cui si vede l’accettazione cristiana della sofferenza. In Libano e in Siria no. Loro non tacciono quando c’è qualcosa che non va; anche se in Siria la percentuale di cristiani è inferiore a quella dell’Egitto. In Siria non hanno paura, hanno una fierezza che non si trova in Egitto. Questo viene da secoli di storia e tale atteggiamento è divenuto una seconda natura. Se in Libano i cristiani dovessero diventare una minoranza di molto inferiore ai musulmani, i cristiani continueranno a rivendicare i loro diritti di cittadini. Hanno creato un’altra mentalità. 

Quale è il fondamento sociologico, ideologico e religioso delle discriminazioni e delle persecuzioni che colpiscono i cristiani?

Il problema dell’islam non può essere compreso senza fare riferimento alla politica. Le ingiustizie sono dovunque, siamo abituati a considerare normale il fatto che le minoranze debbano lottare per i propri diritti. Ciò che colpisce è che nei paesi musulmani c’è un’immediata identificazione fra religione e politica, che legittima lo stato di inferiorità giuridica di chi non è di religione islamica. Nei paesi islamici due sono gli scopi di chi ha responsabilità di governo: in primo luogo quello di proteggere la religione musulmana, assicurarsi cioè che sia osservata, con tutti i mezzi disponibili; in secondo luogo quello di estendere l’islam a tutto il mondo. Questa è la teoria classica dei giuristi musulmani, non è una novità; l’islam è “religione e società”. Sotto questo aspetto si comprende come sia fatto ogni sforzo, economico, culturale, politico, per estendere l’islam.

L’altra caratteristica del mondo islamico è il prevalere della comunità sull’individuo, il che significa che la nozione di libertà di coscienza o di diritti dell’uomo (due concetti che da due secoli contraddistinguono, nel bene e nel male, il mondo occidentale) solo in minima parte sono stati accolti dalla cultura musulmana.

Il fondamento giuridico delle attuali discriminazioni fu elaborato tra il I ed il IV secolo dell’era islamica (corrispondenti al periodo che va dal VII al X secolo dell’era cristiana). In questo periodo fu elaborata tutta la giurisprudenza e tale dottrina è giunta fino ai nostri giorni. Bisogna anche dire che all’inizio del XX secolo la cultura islamica fu pervasa da un vasto movimento liberale, suscitato anche dall’influsso dell’Occidente, che a tale movimento appariva come un modello auspicabile di società. Vi sono stati grandi giuristi che nell’Egitto degli anni Trenta del nostro secolo hanno prodotto una positiva integrazione tra codice napoleonico e legislazione tradizionale islamica. Tutto questo è stato rimesso in discussione agli inizi degli anni Settanta con la guerra del 1973, la crisi del petrolio, ecc.

La reazione “integralista” alle tendenze moderniste e liberali era emersa già in seguito all’abolizione del Califfato nel 1924 da parte di Ataturk, alla fine degli anni ’20 risale anche la nascita del movimento dei “fratelli musulmani”. Tale reazione ha comunque suscitato l’ostilità dei governi di tutti gli Stati arabi (si pensi a Nasser). Dobbiamo riconoscere che la concezione secondo cui l’islam è “religione e stato” appare la più fedele al progetto originale di Maometto. Quando gli islamisti oggi rivendicano questo progetto socio-politico sono fedeli alla tradizione islamica, la più comune e la più autentica.

Nella cultura dei paesi arabi musulmani ha infine prevalso, al posto della categoria del cittadino, la divisione tradizionale della società in credenti (coloro che seguono l’islam), protetti (cristiani ed ebrei) e miscredenti (la cui sorte può essere la morte o la conversione all’islam). La realizzazione e la diffusione di quest’idea della società rimane il sogno della tendenza tradizionalista.

È possibile oggi pensare diversamente l’islam? Vi è una qualche dialettica o un confronto fra interpretazioni diverse?

Io credo che sia possibile, ma allora sarà una nuova tradizione che oggi non è quella prevalente. L’islam nasce fin dalle origini come progetto socio-politico ed anche militare: ciò è evidente sia nel Corano che nella sunna, nella tradizione che include la vita e i detti di Maometto. Per un musulmano religione e politica sono indissolubili. Coloro che invece propendono per una separazione dei due piani sono i cosiddetti musulmani liberali, ma essi sono visti dalla maggioranza come musulmani solo di nome, il loro islam suscita dubbi, anche perché molti non sono praticanti. I liberali sostengono che nel Corano e nella Vita di Maometto vi sono state due tappe, la prima è quella del periodo della Mecca (gli anni 610-622), la seconda è quella del periodo di Medina (gli anni che arrivano fino al 632, data della morte di Maometto). Se si analizzano le fonti, secondo tale interpretazione, nel periodo della Mecca si nota che il discorso è più spirituale che politico. Il discorso di Maometto appare fondato sull’annuncio dell’unicità di Dio, su quello del giudizio finale che attende tutti dopo la morte (giudizio in base al quale ciascuno sarà ricompensato con il cielo o punito con l’inferno) ed infine sul richiamo alla giustizia sociale, alla solidarietà verso i poveri. Questo sarebbe l’islam originario, il più autentico secondo i liberali, l’idea primaria così come appare rivelata a Maometto. A Medina invece si sarebbe sviluppato un islam politico, perché le circostanze storiche hanno condotto Maometto a creare un sistema sociale, ad organizzare l’esercito, fare guerre, ecc. La dottrina relativa a tale periodo, per i liberali, sarebbe dunque secondaria, non necessaria, valida per quelle circostanze storiche particolari e non universalmente.

Una simile interpretazione è contestata dagli islamisti fondamentalisti, che dicono che proprio il secondo è il vero islam, mentre il primo, quello della Mecca, era condizionato dal fatto che Maometto non era del tutto libero di esprimere il suo progetto, aveva dovuto fare delle concessioni. Quando a Medina lui ha avuto pieno potere, quando non era più attaccato dai Meccani, allora si è visto il vero progetto, che è un progetto socio-politico, militare e religioso. Tra queste due tendenze è la seconda, come abbiamo visto, ad aver prevalso; del resto è quella che in effetti sembra la più fedele al progetto originale di Maometto.

In che modo nei paesi islamici si dà attuazione a questo progetto? 

Dobbiamo partire dal presupposto che nella visione dell’islam ogni mezzo è buono se contribuisce allo scopo finale dell’instaurazione dello Stato islamico o alla protezione dell’islam. Ciò si vede nella islamizzazione della scuola: ogni mattina in Egitto si inizia con la lettura del Corano, i testi delle materie insegnate sono pieni di riferimenti all’islam, dalla matematica alla storia o alla letteratura, l’apprendimento del Corano è obbligatorio per tutti.

Altro strumento è l’umiliazione dei cristiani ad ogni livello. Se cammino per strada portando, con discrezione, una croce, rischio di essere picchiato o ingiuriato. È comune essere insultati dai bambini. Già a livello sociologico, dunque, c’è una pressione molto forte che scoraggia i più deboli. A livello più grave, economico, la discriminazione verso i cristiani fa sì che per questi la possibilità di trovare lavoro sia più difficile, e spesso tale possibilità è limitata al lavoro privato. A questo proposito si deve anche tenere presente che moltissimi paesi hanno sulla carta di identità l’indicazione della religione professata e dove ciò non accade, è il nome stesso a rivelare la fede religiosa del singolo e a determinare così le sue possibilità di lavorare o anche il trattamento.

Anche l’informazione svolge un ruolo importante sotto questo aspetto: ogni giorno, sui giornali si parla dell’islam, talvolta si attaccano violentemente i cristiani. Anche in televisione la presenza dell’islam è molto forte: i programmi di informazione parlano dei successi dell’islam, i notiziari sono interrotti dalla preghiera. Nei dibattiti televisivi spesso si lanciano accuse contro i cristiani, ma non è prevista la presenza di un contraddittorio o il diritto di replica; questo accade anche per i giornali. Per strada ovunque risuonano le trasmissioni radiofoniche con le cinque preghiere, precedute dagli appelli che possono durare anche un’ora. In Egitto c’è una radio statale che trasmette il Corano 24 ore su 24. Accade che il pio musulmano, senza intenzioni cattive o ostili, tiene il volume altissimo affinché tutti i vicini possano ascoltare (è una cosa comune del mondo arabo). L’effetto, tuttavia, è che chi è cristiano deve ascoltare tutto il giorno il Corano... e molti cristiani dicono che noi dovremmo accettare tutto questo...

La pressione sociale dell’islamizzazione è fortissima, ha effetti molto più gravi sui cristiani che non le norme della legge; non si può capire questo se non si vive in un paese musulmano e se non si capisce l’arabo. Questo concorso di forze coercitive ha qualche analogia con ciò che accedeva nei paesi comunisti, dove le leggi, le istituzioni di nome garantivano la libertà, ma di fatto non era così. Se consideriamo che in 70 anni il comunismo è quasi riuscito nel tentativo di estirpare il senso religioso del popolo russo, dobbiamo riconoscere che se dopo tanti secoli in Medio Oriente vi sono ancora comunità cristiane, questo è davvero un miracolo.

In questa situazione stupisce che l’Occidente rimanga inerte di fronte a casi di palese violazione dei diritti umani; per l’opinione pubblica, i grandi mezzi di comunicazione, le istituzioni politiche questo problema sembra non esistere... 

Mi sembra che l’Occidente in ciò sia condizionato dalla sua storia; l’Occidente è sociologicamente di matrice cristiana, ma ha lottato da due secoli a questa parte per liberarsi della religione e della sua identità. Si è così diffusa l’idea che il cristianesimo non debba entrare in questioni politiche, che è un fatto interiore, personale, che non deve avere legami con la vita civile. Si è privatizzata la religione. Molti occidentali, inoltre, sono secolarizzati ed hanno nei confronti della religione due possibili atteggiamenti: 1) la religione non mi riguarda, è un fatto privato del singolo; 2) la religione è un fenomeno che va combattuto.

All’origine di questo modo di pensare c’è anche la polemica contro la Chiesa, intesa come istituzione dotata di una struttura gerarchica, di apparati, ecc. Quando invece si parla dell’islam, si è soliti dire che si tratta di un’altra cultura, la quale ha il diritto di organizzarsi come meglio crede, con la poligamia, la forma dello Stato e così via. Il tipico ragionamento occidentale mette al primo posto il rispetto per le altre culture, ma non quando si tratta dei cristiani d’Oriente. Inoltre per il fatto che per molti la religione non ha senso, anche questo problema delle persecuzioni dei cristiani non è importante; molti poi hanno interpretato con categorie occidentali, spesso prese dal marxismo, realtà completamente diverse. Ciò ha portato a clamorose falsificazioni, come quella per cui la guerra civile del Libano era da considerare una lotta di classe, una guerra dei musulmani, poveri ed oppressi, contro i cristiani, ricchi e potenti. La realtà era del tutto diversa.

Un altro aspetto di questo problema: l’Occidente, che afferma di voler rispettare tutte le culture, si mobilita soltanto di fronte alle violazioni di valori che esso riconosce come fondamentali; per ciò che riguarda l’islam è il caso dell’infibulazione ed in genere della condizione della donna. Anche l’idea di tolleranza, che si è progressivamente affermata in Occidente, va considerata in questo ambito di problemi, perché tale idea si è evoluta in un atteggiamento pericoloso, per cui chi è diverso ha per ciò stesso più diritti e gode quasi di maggiori tutele. Questo modo di pensare ha effetto anche sulla nostra questione, perché si proietta erroneamente la situazione minoritaria dell’islam in Occidente e la condizione di svantaggio degli immigrati islamici su quanto accade là dove l’islam è maggioritario o addirittura religione di Stato.

L’Occidente sembra avere quasi un senso di colpa verso i paesi del terzo mondo...

È una delle tendenze che mi preoccupa: c’è una sistematica autocritica, spinta fino al masochismo, che sta corrodendo la società occidentale. Io la chiamo il “meaculpismo”. Sui giornali possiamo trovare ogni sorta di attacco al cristianesimo, ogni possibile sciocchezza sulla religione e sulle cose più sacre della nostra religione e nessuno si può permettere di obiettare nulla: c’è la libertà di pensiero. Ciò non vale se si scrive qualcosa di non gradito per le altre grandi religioni, in particolare sull’islam e l’ebraismo: allora subito tutti accorreranno ad accusare e condannare.

E tuttavia l’Occidente è molto cauto quando si tratta di Paesi importanti dal punto di vista economico.

Basta guardare al caso dell’Arabia Saudita, un paese dove i più elementari diritti dell’uomo sono ignorati sistematicamente, nel silenzio più assoluto anche delle grandi potenze. Tutti i Paesi, l’Italia come gli Stati Uniti, sanno che in Arabia Saudita il diritto del lavoro è contrario alle regole dell’umanità. Come si arriva ti viene ritirato il passaporto e tu diventi uno schiavo, non puoi uscire dal loro paese senza il loro permesso. Ogni tanto si verifica un incidente diplomatico, perché un lavoratore occidentale viene maltrattato, ma poi tutto torna come sempre: il fatto è che a patire le ingiustizie sono soprattutto i lavoratori del terzo mondo (delle Filippine e dello Sri Lanka in primo luogo) e così nessuno parla. Posso capire le Filippine, perché il denaro proveniente dai lavoratori immigrati in Arabia Saudita è la prima fonte di ricchezza del paese, ma questa omertà è rivoltante nel caso dei Paesi occidentali. È un atteggiamento amorale che colpisce profondamente i popoli arabi, che oggi guardano all’Occidente con l’ammirazione che sempre si riserva ai potenti, ma anche con disprezzo perché essi comprendono che è l’Occidente ad essere senza principi.

 

Padre Samir Khalil Samir, gesuita,  nato al Cairo, è docente di Teologia orientale nella Facoltà di Teologia dell’Università Saint-Joseph di Beirut, in Libano.  Padre Samir insegna anche al Pontificio Istituto Orientale di Roma, dirige e ha fondato il CEDRAC (Centro di Documentazione e Ricerca Arabo-Cristiano).


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