Francesco D'Agostino, Presidente dell'Unione Giuristi
Cattolici Italiani
L' Osservatore Romano - 14
Gennaio 2006
Riconoscere le convivenze? Riconoscerle per legge
(introducendo nel nostro codice - in analogia con quanto è avvenuto in
Francia - un nuovo istituto, il PACS, cioè il patto civile di solidarietà)?
Riconoscerle, indipendentemente dal fatto che i partner siano di sesso
diverso o dello stesso sesso? Ammetterle all'adozione? Queste, ed altre
domande, stanno crescendo nell'opinione pubblica italiana e diventeranno,
con ogni probabilità, questioni non marginali nella prossima campagna
elettorale. Di fughe in avanti, chiaramente volte a predisporre
l'accettazione psicologico-sociale dell'"evento", ne percepiamo
ormai molte. Alcuni Comuni italiani hanno già istituito pubblici registri
per le coppie di conviventi (si è però prestata ben poca
attenzione al fatto che, indipendentemente dall'irrilevanza giuridica di
simili registri, le conseguenti registrazioni sono state
numericamente irrisorie).
A Roma, uno dei Municipi della capitale ha tentato (ma per ora il progetto
è fallito) di fare lo stesso. Ma soprattutto è sul piano delle provocazioni
che sembra che il dibattito si stia collocando: è tipica la convocazione,
in una centralissima piazza di Roma, di una manifestazione per
"benedire laicamente" le unioni di fatto di personaggi, più o
meno mediaticamente conosciuti, da parte di altri personaggi dotati di un
carisma fornito loro dalla carica istituzionale di cui sono portatori
(come può essere quello di cui gode un altissimo magistrato, che ha posto
deplorevolmente tale carisma al servizio di una causa che non è
istituzionalmente sua).
In una società democratica la battaglia delle idee non può che essere
sempre benvenuta, perché della società democratica il dibattito e il
confronto costituiscono l'essenza più preziosa. A condizione, però, che
di dibattito e di confronto davvero si tratti. Quando invece al posto
delle idee fioccano gli slogan; quando il ragionamento, soprattutto il
ragionamento lucido e pacato, viene sostituito da cortei e
da invettive; quando si operano assurdi corto-circuiti, appiattendo uno
sull'altro clericalismo e difesa del
matrimonio e chiamando a raccolta gli anticlericali, come se la
lotta a favore del PACS sia una lotta per i diritti civili, oppressi
dall'oscurantismo religioso, della democrazia e del suo spirito più
autentico non ne rimane più nemmeno l'ombra. Siamo ancora in attesa di un
argomento, di un solo argomento
consistente, a favore del riconoscimento legale dei PACS. Un breve
ragionamento, assolutamente laico, potrà convincerci di quanto appena
detto.
Le coppie di fatto si dividono in due categorie: quelle che non vogliono
e quelle che non possono sposarsi. Delle prime, ragionando in
linea di stretto principio, non solo è opportuno, ma è doveroso che il diritto non
si occupi: l'intenzione dei conviventi (apprezzabile o meno che sia sul
piano strettamente morale) è proprio quella - pur potendolo fare - di non
legarsi giuridicamente e non si vede proprio perché la legge dovrebbe far
loro la "violenza" di considerarle comunque legate, sia pure
attraverso un labile PACS, contro la loro volontà. Si osserva: ma queste
coppie escludono solo il matrimonio "tradizionale", non altre
forme di riconoscimento giuridico; se chiedono l'istituzione del PACS è
proprio perché vorrebbero usufruire di alcuni diritti (in genere di
carattere economico), che non sono attualmente riconosciuti se non alle
coppie sposate. Ma la ragione per la quale tali diritti non sono loro
riconosciuti è che esse non hanno l'intenzione di assumere quei doveri
che sono parte essenziale dell'istituto matrimoniale. Non si può, in
buona sostanza, non valutare se non come parassitaria
e quindi indebita l'intenzione di coloro che pretendono un
riconoscimento pubblico della loro convivenza per ottenere diritti senza doveri.
Peraltro, i giuristi ben sanno che praticamente tutti quei diritti al cui
riconoscimento aspirano i partner di una unione di fatto possono essere
attivati tramite il diritto volontario e senza alcuna necessità
di introdurre nel codice nuovi istituti. Il testamento, ad es., esiste
proprio per far sì che si possa trasmettere il proprio patrimonio a chi
non avendo vincoli legali e/o
familiari col testatore sarebbe escluso dalla successione legittima. La
locazione della casa di comune residenza può essere stipulata
congiuntamente dai due partner, in modo tale che al momento della morte
dell'uno essa possa, senza alcuna difficoltà, proseguire a carico
dell'altro. Non è vero, in altre parole, che ai conviventi vengano negati
specifici diritti civili: la differenza rispetto al matrimonio sta
semplicemente qui, che quei diritti che la legge riconosce automaticamente
alla coppia che contrae matrimonio (assieme a corrispondente numero di
doveri) nel caso delle convivenze devono essere, per dir così, attivati
dai conviventi stessi. Il che, oltre tutto, è particolarmente coerente
col principio, tipicamente moderno, dell'autonomia
della persona, un principio che viene costantemente rivendicato ed elogiato
dalla cultura c.d. "laica" e che non si vede perché, solo nel
caso delle convivenze, debba essere messo da parte.
Le coppie che non possono sposarsi si dividono a loro volta in due
sotto-categorie. La prima è composta da coloro che non possono ancora
sposarsi per impedimenti transitori di tipo in genere legale (ad es. per
la minore età o perché uno dei partner è in attesa del divorzio, ecc.).
Per queste coppie l'offerta del PACS è senza senso: la stessa
difficoltà, destinata a risolversi comunque da sola, che preclude loro le
nozze precluderebbe loro anche il PACS. La seconda sotto-categoria è
composta invece da quelle coppie che vorrebbero sì sposarsi, ma ritengono
di non poterlo fare, per difficoltà economiche, e rimandano quindi, a
volte sine die, il matrimonio.
L'autentico modo di venire incontro ai bisogni sociali di queste coppie
non è certo quello di offrire loro un "piccolo matrimonio"
(secondo l'incisiva e ironica definizione del Card. Ruini), come è
appunto il PACS, che non risolverebbe alcuna delle difficoltà in
questione, ma quello di attivare quelle iniziative sociali a favore della
famiglia, che oltre tutto sarebbero doverose già in base al dettato della
nostra Costituzione.
Cosa resta dunque delle istanze sociali, che giustificherebbero
l'introduzione in Italia del PACS? Sembra nulla di nulla. A meno che non
si voglia vedere dietro la richiesta del PACS una richiesta profondamente
diversa, quella di una prima forma di riconoscimento legale delle coppie
omosessuali, che dovrebbe aprire la strada, in tempi ora come ora
imprevedibili, ma che per alcuni dovrebbero essere brevi, ad una compiuta
equiparazione al matrimonio tout
court del matrimonio omosessuale. Che le cose stiano proprio così è fuor
di dubbio, per le esplicite dichiarazioni fatte dai principali
rappresentanti del movimento degli omosessuali e dai loro simpatizzanti.
L'onestà intellettuale vorrebbe allora che di questo e solo di questo si
parlasse: se cioè abbia una sua coerenza giuridica l'allargare l'istituto
matrimoniale alle coppie omosessuali. Ma di fatto questo discorso viene
sistematicamente eluso (pur venendo continuamente, ma indirettamente
richiamato), perché nessuno è in grado di dare argomenti consistenti per
dimostrare la necessità di alterare in modo così plateale e radicale
quella struttura eterosessuale del matrimonio, che appartiene a tutte le culture
e a tutta la storia da noi conosciuta.
È noto che ciò a cui aspirano le coppie omosessuali (peraltro nemmeno
tutte, anzi solo una piccola parte di esse) è, prima ancora che il
riconoscimento di diritti economici e sociali, un riconoscimento simbolico
del loro rapporto. Ma il diritto non esiste per offrire riconoscimenti simbolici,
bensì per dare risposte pubbliche ad esigenze sociali, che superano la
mera dimensione privata dell'esistenza. Perché ad es. il diritto dà un
riconoscimento pubblico al matrimonio e non all'amicizia?
Perché l'amicizia, che pure attiva un vincolo, che può essere in alcuni
casi esistenzialmente ancora più significativo di quello coniugale, non
ha rilievo sociale, ma esclusivamente personale.
Il matrimonio invece, fondando la famiglia, e garantendo l'ordine delle
generazioni, ha un rilievo sociale del tutto caratteristico, che ne
giustifica la giuridicizzazione. La coppia omosessuale non crea famiglia:
lo impedisce la sua costitutiva sterilità. Come superare questa
difficoltà, se non potenziando il carattere mimetico della coppia
omosessuale rispetto a quella eterosessuale? Di qui, la pretesa, confusa,
ma dotata di una certa qual coerenza, di ammettere le coppie omosessuali
(e in specie quelle "sposate") all'adozione. Poco importa che la
psicologia dell'età evolutiva insista nel sottolineare quanto sia
rilevante l'esigenza per i bambini di possedere una doppia figura
genitoriale, maschile e femminile: di fronte all'ideologia, anche le
argomentazioni della scienza vengono messe da parte.
Siamo tutti testimoni che si è aperta una partita decisiva,
inimmaginabile fino a qualche decennio fa, che ha per oggetto la famiglia
e attraverso la famiglia la stessa identità umana. La famiglia chiede di
essere difesa; ma per difenderla non c'è bisogno di argomenti teologici o
religiosi; bastano comuni argomenti umani, perché ciò che la famiglia
tutela e promuove è innanzi tutto il bene umano. Chi ritiene che
sia giunto il tempo per ripensare in modo assolutamente radicale la
realtà della famiglia ha l'onere di provare fino in fondo le sue tesi
eversive e di non darle per evidenti; ha il dovere di entrare in un
dialogo serrato con chi è di diverso avviso; e soprattutto deve saper e
voler rinunciare alle scorciatoie delle provocazioni e delle
manifestazioni di piazza, che ben poco aiuto possono dare al confronto e
al progresso delle idee. Sarebbe preoccupante se nell'Italia di oggi non
ci fosse più uno spazio per un tale stile dialogico