La
politica demografica di New Delhi e il «genocidio dei non nati»
da Mondo e
Missione (agosto-settembre 2000)
Periodi di congedo straordinario per chi abortisce,
incentivi in denaro, polizze assicurative, accessi privilegiati alla
scuola: sono alcune delle invenzioni del governo indiano per contenere
con ogni mezzo le nascite. La denuncia della Chiesa cattolica: «In
dispregio la vita umana».
Quando nel febbraio scorso il governo indiano ha presentato la sua nuova
politica demografica, caratterizzata da un approccio morbido, la Chiesa
in India ha tirato un sospiro di sollievo. Abbandonati i metodi
coercitivi del passato, i nuovi indirizzi puntano a frenare l'esplosione
della popolazione promuovendo la famiglia con due figli mediante «misure
di ordine motivazionale e promozionale». Questa linea è stata una
sorpresa anche per i media, dal momento che la lobby per il controllo
della natalità aveva esercitato forti pressioni per l'adozione di
misure drastiche volte a disinnescare la cosiddetta bomba demografica.
I responsabili della Chiesa hanno definito «positiva» la rinuncia del
governo centrale alla coercizione e la non indicazione di risultati da
raggiungere in una politica demografica che punta alle cause che sono
alla radice della crescita demografica: la mancanza di assistenza
sanitaria e di istruzione. D'altro canto la Chiesa ha anche ragioni per
non salutare del tutto con favore i nuovi indirizzi. Essi contengono
infatti proposte contro la vita, volte a contenere l'esplosione
demografica. Sono misure che includono vari benefici e facilitazioni per
limitare a due il numero dei figli di ogni coppia: speciali ricompense
monetarie, come l'assicurazione gratuita per le famiglie povere che
optano per metodi anticoncezionali irreversibili dopo il secondo figlio,
e incremento delle strutture per l'aborto e la distribuzione di
contraccettivi.
La popolazione dell'India è quadruplicata nel corso del ventesimo
secolo e così le lobby anti-nataliste chiedono di trattare la questione
del controllo demografico come una vera e propria «emergenza nazionale».
Un esempio: l'Associazione medica indiana, che conta mezzo milione di
medici iscritti, propone misure draconiane per far sì che non si
superino i due figli per coppia. Tra l'altro chiede di negare il diritto
di voto e di candidatura alle elezioni a chiunque abbia più di due
figli.
Gli indiani hanno superato il miliardo di individui l'11 maggio scorso.
In India vive oggi il 16 per cento dell'umanità, concentrata in meno
del 2 per cento della superficie terrestre. Ogni anno 15 milioni di
neonati vanno ad aggiungersi agli altri connazionali, che dovrebbero
diventare un miliardo e 600 milioni entro il 2045. La grande pubblicità
fatta in tutto il Paese al raggiungimento del miliardo di abitanti ha
determinato un ritorno delle spinte verso interventi di tipo
autoritario. Lo Stato settentrionale dell'Uttar Pradesh - che è anche
il più popoloso dell'India, con i suoi 170 milioni di abitanti - ha
annunciato, nel giugno scorso, di avere allo studio una legislazione
molto dura, che impedirebbe tra l'altro l'accesso agli impieghi pubblici
a chi si sposa prima dei 21 anni d'età per gli uomini e dei 18
per le donne.
Altre misure allo studio prevedono la revoca
del diritto di candidarsi alle elezioni per chi abbia più di due figli.
Quando una legge del genere fu introdotta nello Stato di Delhi, alcuni
gruppi di donne, tra cui due reti di movimenti cristiani, lanciarono una
campagna per scongiurare quelle drastiche disposizioni. In altre aree
dell'India quattro Stati hanno già adottato tali misure, ignorando le
proteste delle organizzazioni femminili che denunciavano le sofferenze
causate alle donne da simili provvedimenti.
Nello Stato dell'Haryana, non distante da Delhi, una donna incinta è
stata costretta ad abortire, con danni seri alla salute, dal marito, che
intendendo candidarsi al panchayat (il consiglio di villaggio) non
voleva incorrere negli impedimenti stabiliti contro chi ha più di due
figli. In un altro scioccante caso accaduto nel medesimo Stato, un
membro di un panchayat ha pubblicamente disconosciuto di essere il padre
del terzo figlio dato alla luce da sua moglie.
I portabandiera delle «cifre allarmanti» sono così annidati nella
burocrazia statale che per i think tank (i centri studio - ndr) della
Commissione indiana per la pianificazione gli esseri umani sono
semplicemente dei numeri. In questa prospettiva, nel momento in cui la
crescita percentuale annua della popolazione indiana si aggira intorno
al 2 per cento, è ammessa qualunque misura estrema (aborto incluso)
valga a mantenere i numeri i più bassi possibili.
In ossequio a questi orientamenti, l'India ha seguito fin qui una
politica demografica negativa e mirante ai risultati, con il minimo
rispetto per l'inviolabilità della vita umana. Primo Paese al mondo a
lanciare, nel 1951, un vero e proprio piano di programmazione familiare,
due decenni più tardi l'India fu tra le prime nazioni a legalizzare
l'interruzione della gravidanza senza restrizioni.
In base a quella normativa, qualunque donna incinta, sposata o meno, può
abortire rivolgendosi a un medico privato o recandosi presso gli
ospedali pubblici che eseguono l'intervento gratuitamente. Nessuno
stupore se medici di pochi scrupoli giungono al punto di pubblicizzare
le loro tariffe concorrenziali su pannelli affissi per le strade o in
luoghi dove catturano l'attenzione del pubblico. Le misure contro la
vita hanno evocato ben poche proteste dentro e fuori il Parlamento della
terra in cui Buddha e il Mahatma Gandhi predicarono l'ahimsa (la non
violenza). Durante il periodo più oscuro della democrazia indiana,
quell'Emergenza nazionale (1975-77) che portò alla sospensione dei
diritti umani fondamentali, i funzionari della sanità pubblica, bramosi
di raggiungere gli obiettivi preposti, giunsero a sterilizzare a forza
cittadini riluttanti. La polizia scortò nelle cliniche per la
sterilizzazione autobus carichi di gente diretta in ufficio. Pochi anni
più tardi, gli abitanti analfabeti dei villaggi venivano sterilizzati
da medici zelanti protesi verso gli standard fissati dal governo.
Nel 1995, il Parlamento indiano ha approvato una legge che distribuiva
incentivi per gli aborti come metodo di controllo demografico. La «Legge
(emendata) sui sussidi alla maternità» assicurava ai dipendenti
pubblici e delle industrie un congedo retribuito di sei settimane per
l'aborto dopo il secondo figlio, a fronte di non più di un mese di
assenza retribuita per malattia. Davanti a quella legge, che poteva
condurre a un «genocidio dei non nati», la Conferenza episcopale
indiana scrisse al ministro federale del Lavoro per chiederne la
revisione, ma non ottenne alcuna risposta.
L'ironia vuole che la legge venisse difesa in parlamento da un ministro
del Lavoro cattolico, P.A. Sangma, che affermò che non era intento del
governo fare dell'interruzione medica della gravidanza un mezzo per la
pianificazione familiare. In una nazione in cui i cristiani
rappresentano solo il 2,3 per cento, la Chiesa non è in grado di far
sentire la sua voce e l'esecutivo, sotto la guida della lobby per il
controllo demografico, continua a varare misure per indurre la gente ad
abbracciare una cultura di morte. Il programma di «pianificazione
familiare», che implica aborto e sterilizzazione, ha prodotto più
danni che benefici anche secondo gli standard governativi.
Nel 1995 la Banca mondiale - che a partire dal 1972 ha elargito
all'India dieci prestiti per complessivi 834 milioni di dollari - ha
stigmatizzato il programma indiano auspicando un ripensamento. Nel far
rilevare che la politica demografica indiana era basata su metodi
irreversibili, con tassi di sterilizzazione femminile pari al 75 per
cento dei metodi contraccettivi adottati, la Banca osservava che «ci
sono più aborti illegali di prima (della legalizzazione) e che ogni
anno tra le 15 e le 20 mila donne muoiono per subentrate complicazioni».
In un contesto di dilagante pregiudizio sociale contro le bambine,
l'ammettere l'aborto senza alcuna restrizione ha reso agevole
sbarazzarsene mediante il feticidio. Un'inchiesta realizzata nella città
di Mumbai (Bombay) ha evidenziato come su 8 mila aborti realizzati da un
ospedale, 7.999 riguardassero feti di sesso femminile. La questione
della dote e altri fattori sociali rendono indesiderabili le figlie
femmine e ciò, con il passare degli anni, ha determinato un rapido
declino del tasso di popolazione femminile: all'inizio del secolo
c'erano 971 donne ogni 1.000 uomini; in occasione dell'ultimo
censimento, realizzato nel 1991, le donne erano invece 927 su 1.000
uomini.
Chi si occupa di questioni sanitarie calcola che in India, a causa
dell'aborto, manchino all'appello tra i 32 e gli 84 milioni di donne.
Nell'agosto del 1999 la Voluntary Health Association riferiva che le
cliniche per gli aborti vengono su come funghi nelle aree urbane degli
Stati del Punjab e dell'Haryana dove il censimento del `91 ha registrato
i tassi più bassi di popolazione femminile: rispettivamente 882 e 875
donne ogni 1.000 uomini.
«Mini» è bello
Nel frattempo il governo centrale ha varato un ulteriore incentivo per
mantenere le famiglie a dimensioni ridotte: l'assegno per la
pianificazione familiare (versato a coloro che si sono sottoposti a
sterilizzazione) viene erogato agli impiegati pubblici con due soli
figli. Le nuove direttive modificano disposizioni del 1979 che
riconoscevano il diritto all'assegno agli impiegati pubblici
sottopostisi a sterilizzazione dopo il terzo figlio.
Lo Stato orientale dell'Orissa è andato più avanti: ai figli degli
impiegati governativi che si sono sottoposti a sterilizzazione dopo il
secondogenito ha riservato gli ambitissimi posti nelle facoltà di
medicina. Simili atteggiamenti di tipo coercitivo sono avallati anche
dai rappresentanti in India del Fondo delle Nazioni Unite per la
popolazione (Unfpa). Nel corso di un'intervista che mi ha concesso, il
rappresentante dell'Unfpa, Michael Vlassof, ha rifiutato di prendere le
distanze dalle misure contenute nel programma governativo. «Dipende da
come si guardano le cose», ha affermato Vlassof. Impedire a chi ha più
di due figli di candidarsi alle elezioni, ha aggiunto, può essere
interpretato come un «disincentivo» più che come una misura
coercitiva.