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Possibile
conflitto tra Islam e Occidente Studi Cattolici - 1998 |
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In
un libro molto discusso e di notevole successo, "Lo scontro
delle civiltà e il nuovo ordine mondiale", il politologo
americano Huntington delinea un possibile scenario di conflitto fra
mondo islamico e Occidente, segnalandone i fattori di attrito che ne
sarebbero all'origine, tra i quali: l'islamizzazione della politica e
della cultura nella maggior parte dei Paesi musulmani, la crescita
dell'intolleranza verso le comunità non di fede maomettana, la violenza
organizzata di sétte estremistiche, la pressione demografica delle
popolazioni musulmane e l'emigrazione verso i Paesi occidentali. Per
meglio capire che cosa sia l'islàm alla fine del ventesimo secolo, il
giornalista polacco Romanowski ha intervistato Samir Khalil Samir,
gesuita egiziano e professore di islamologia all'università di Beirut,
il quale dal 1975 al 1986 ha insegnato presso il Pontificio Istituto
Orientale di Roma.
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P.
Samir, all'inizio di questo secolo i cristiani nei Paesi musulmani del
Medio Oriente e dell'Africa settentrionale erano circa il 25% della
popolazione; oggi questo numero è sceso al 7%. Perché i cristiani nei
Paesi islamici stanno scomparendo? I motivi della diminuzione dei cristiani nei Paesi islamici sono vari. I musulmani si moltiplicano più dei cristiani anzitutto per motivi demografici. Il primo è la poligamia, che era assai diffusa in ambiente rurale. Il secondo è quello igienico: fino a cinquant'anni fa, cioè prima della diffusione degli antibiotici, la mortalità infantile era molto più diffusa fra le popolazioni musulmane che nelle popolazioni cristiane (essendo i cristiani spesso più educati); questo handicap dei musulmani è felicemente scomparso oggigiorno. Il terzo è dato dal fatto che i cristiani hanno una concezione della famiglia che dà più importanza all'educazione della prole, e li spinge ad un autocontrollo delle nascite. Le famiglie cristiane, solitamente di più alto livello culturale, hanno mediamente 3-4 figli, contro gli 8-10 delle famiglie musulmane.C’è poi una motivazione socio-culturale, ed è la più importante: il cristiano non gode, nel mondo musulmano, della parità con gli altri e della libertà come è intesa oggi. Vorrei spiegare questo partendo dal Corano. La posizione del cristiano nel mondo islamico è contemplata dal Corano e dalla successiva tradizione. Il cristiano è una persona che deve pagare imposte particolari, e che, essendo tollerato nella comunità musulmana, rimane sempre in una posizione di subalternità. Il Corano (sura IX, versetto 29), usa l’espressione “umiliazione” (wa-hum saghirun). L’interpretazione di questa parola dipendeva dai califfi: una volta i cristiani erano obbligati a cedere il passo ai musulmani, altra volta non era loro permesso di usare il cavallo (dovevano usare il mulo). In ogni caso, il Corano dà la possibilità di “umiliare” i cristiani. Se un fanatico, un capo villaggio, un uomo politico, vuole colpire i cristiani, può sempre farlo. Prendiamo alcuni esempi dall’Egitto: se si costruisce una chiesa, essa non può essere più alta della moschea; i cristiani non possono utilizzare nelle chiese altoparlanti, mentre tutte le moschee li utilizzano; non si può portare la croce in luogo pubblico; ai cristiani è severamente proibito far conoscere la loro religione, mentre essi stessi sono oggetto di forte islamizzazione, ed altri divieti ancora. Negli
ultimi anni si nota una violenta campagna di persecuzione contro i
cristiani nei Paesi abitati dai musulmani: i fedeli vengono uccisi e le
chiese sono date alle fiamme. Che cosa sta succedendo oggi nel mondo
islamico? Per
capire che cos’è l’islàm bisogna cominciare dall’inizio, cioè
dal progetto di Maometto volto ad unificare tutte le tribù arabe sotto
la guida di una sola persona e a creare un impero arabo nella penisola
arabica. Questo progetto era l¹aspirazione della tribù dei Coreisciti,
cui apparteneva Maometto. E Maometto, in modo geniale, è riuscito a
realizzarlo. Maometto attua il suo progetto a Medina, dove è fuggito da
La Mecca nel 622. La gente lo accoglie come una persona capace di
organizzare la città per far meglio fronte a La Mecca, la città
rivale. All'inizio l’attività di Maometto ha carattere amministrativo
e politico: stipula un patto con le tre ricche tribù ebraiche presenti
a Medina, ma poi le espelle e comincia piccole guerre (in dieci anni
condusse quaranta guerre, secondo la prima e più famosa sua biografia,
quella di Ibn Hisciàm), amministra la città istituendo un sistema
politico, giuridico e fiscale-amministrativo. Il suo grande progetto
politico include anche la religione, la fede in un Dio unico. Sul piano
religioso recupera tutto quello che può: le antiche tradizioni arabe,
la tradizione di Abramo, di Ismaele, elementi di ebraismo e
cristianesimo. Dal paganesimo arabo provengono i riti del pellegrinaggio
a La Mecca che verranno islamizzati. L’islàm non è dunque solo la
fede in un unico Dio e la preghiera: possono pensarla così solo quanti
ignorano l’islàm e proiettano su di esso la propria mentalità
cristiana. L’islàm è una totalità socio-politica, culturale e
religiosa. Lo stesso si può dire della moschea: non è una chiesa
musulmana, non è solo un luogo di preghiera, ma anche di studio e di
dibattiti politici. Purtroppo, la maggior parte dei cristiani paragona
l’islàm al Cristianesimo, pensando che l’islàm sia una versione
araba del Cristianesimo, leggermente diverso da esso. I cristiani lo
fanno con intenzioni buone, convinti che così comportandosi siano più
vicini allo spirito del Vangelo. Invece pensare in tal maniera è da
ingenui. Perché la prima regola del dialogo è rispettare gli altri
nelle loro diversità, e considerarli per quello che sono, senza
pretendere che tutte le religioni siano simili o abbiano lo stesso
scopo. Pertanto, un musulmano va visto come membro del suo movimento
socio-politico-cultural-religioso. Se qualcuno si converte all’islàm,
compie non solo un gesto religioso, ma anche una scelta politica,
sociale, culturale, giuridica. Per esempio, i croati sono chiamati tali
secondo un criterio etnico, e i serbi pure; invece, un croato o un serbo
che si è convertito all’islàm viene chiamato “musulmano”, come
se perdesse la sua origine etnica. Voglio ripetere ancora che l’islàm
è un progetto politico che include la religione (come, in senso
contrario, il comunismo era un progetto politico che escludeva la
religione). L’islàm è un sistema integrale che può facilmente
scivolare verso il totalitarismo, perché lo scopo dell’uomo politico
musulmano, anzi il suo dovere, è di sostenere la religione musulmana.
In tutti i Paesi del mondo dove i musulmani diventano maggioranza -
Bosnia, Cecenia, regioni occidentali della Cina, certe zone delle
Filippine- essi chiedono l’indipendenza politica. A loro non basta la
libertà religiosa, proprio perché lo scopo ultimo dell’islàm è una
società integralmente basata su determinate visioni politiche. Dietro
la religione c¹è anche un progetto politico. Altri esempi. Il corso di
religione per i musulmani in Germania include quasi sempre
l’insegnamento della lingua e delle usanze turche, mentre in Francia,
quando si insegna l’islàm, si insegnano anche la lingua araba e le
usanze nord-africane. In tal maniera, i governi europei pagano
professori che insegnano non solo una religione, ma anche lingue o
culture che non hanno niente a che vedere con al cultura tedesca o
francese. E’ questo, per noi cristiani, il grande problema: essendo
l’islàm società, cultura e religione, come vivere in un sistema
musulmano che ha come fine l’islamizzazione di tutti gli aspetti della
vita della società? Adduco qualche esempio. Già prima dell’alba, gli
altoparlanti delle moschee svegliano tutti per la preghiera, proclamando
che “la preghiera vale più del sonno”. La radio deve interrompere i
programmi e i notiziari per trasmettere le preghiere musulmane. A
scuola, l’islàm è materia obbligatoria anche per i non musulmani.
Anche nelle scuole private cattoliche, prima di cominciare le lezioni,
si deve leggere e commentare qualche brano del Corano. La radio diffonde
tutta la giornata passi coranici. La televisione è sempre più
islamizzata nei programmi. I film sono spesso ispirati alla storia
musulmana, e talvolta hanno finalità chiaramente apologetiche. Anche
nelle minime cose l’islàm interferisce. Per esempio, un cristiano in
Egitto non può allevare un maiale, perché ciò può dare fastidio a
qualche musulmano. In questo modo chi vive in Egitto deve agire da
musulmano, altrimenti viene escluso dalla società. Un cristiano non si
accorge nemmeno quando si comporta da musulmano. Come possiamo
meravigliarci, allora, che, in questo clima di oppressione e di
strangolamento, i copti egiziani diventino musulmani a migliaia ogni
anno, oppure emigrino? Cresce anche il fenomeno dei matrimoni misti. La
ragazza cristiana che sposa un musulmano ha teoricamente il diritto di
rimanere cristiana. In pratica diventa però impossibile, perché non
erediterebbe e i figli sarebbero comunque legalmente musulmani, anche se
battezzati. Se inoltre capita un divorzio, i figli sono automaticamente
affidati alla “parte migliore”, come dice la legge, cioè a quella
musulmana. Al contrario, l’islàm non consente per legge l’unione
tra una musulmana e un cristiano. Il motivo è politico. Il matrimonio
non è un affare d’amore, è un progetto di società, di vita, serve
anche ad aumentare il numero dei credenti. Capo di questa società
familiare è l’uomo. Una donna musulmana non può sposare un
cristiano, perché i figli sarebbero cristiani, salvo che il cristiano
non si converta all’islàm. Il caso contrario è impossibile: un
musulmano che si converte al cristianesimo o all’ebraismo deve essere
ucciso, in quanto apostata.
Padre Samir Khalil Samir, gesuita, nato al Cairo, è docente di Teologia orientale nella Facoltà di Teologia dell’Università Saint-Joseph di Beirut, in Libano. Padre Samir insegna anche al Pontificio Istituto Orientale di Roma, dirige e ha fondato il CEDRAC (Centro di Documentazione e Ricerca Arabo-Cristiano).
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