Paladina
dell'aborto fa causa agli Usa per abolire l'aborto
Silvia Kramar da New York
"Il Giornale" 17.1.2005
Il 22 gennaio del 1973 la Corte suprema americana
aveva pronunciato la sentenza a favore una giovane donna incinta.
Sostenuta da un nugolo di ambiziosi avvocati, Jane Roe (uno pseudonimo)
aveva fatto causa a un giudice texano per legalizzare l'aborto. La sua
battaglia era arrivata fino a Washington, e il caso «Roe versus Wade»
aveva trasformato la storia sociale e politica americana, legalizzando
l'interruzione di gravidanza.
Trent'anni fa Jane Roe era stata tenuta nascosta ai
media, che inutilmente avevano cercato di scoprire chi si nascondesse
dietro lo pseudonimo con cui una donna sola aveva osato sfidare le più
alte sfere governative. Oggi, invece, uscirà allo scoperto con il suo
vero nome: Norma McCorvey. Tornerà alla Corte suprema, ancora seguita
da un nugolo di avvocati e dal carosello dei media, per cambiare di
nuovo la storia.
La nuova mozione, «McCorvey versus Hill», adesso vuole far vietare
l'aborto, elencandone tutti gli aspetti negativi ignorati trent'anni fa.
L'annuncio verrà dato due giorni prima dell'inaugurazione del secondo
quadriennio di un 'amministrazione repubblicana che, su questo tema
difficile, ha scelto un basso profilo, ma che non potrà ignorare
l'appello di questa signora dalle idee ben chiare.
«Da quell'infelice giorno del 1973, 45 milioni di famiglie americane
sono state toccate dall'aborto», ci ha detto Norma McCorvey. «Le
conseguenze psicologiche, per le donne, sono sempre devastanti, e poi di
questa pratica, in America, ancora si muore», ha proseguito questa
donna sulla sessantina dal vivace accento texano, capelli rossissimi e
un sorriso da nonna.
«Oggi sappiamo molto di più sulle interruzioni di gravidanza. Il mondo
cambia, cambiamo anche noi e mettiamo fine a questo straziante olocausto
nazionale», dichiara. «Io sono cambiata profondamente: ho trovato Dio,
che mi ha regalato il dono della fede». Dopo una vita devastata da
droghe, alcol e vizi, l'8 agosto del 1995 Norma McCorvey si è fatta
battezzare immergendosi in una piscina texana; è diventata anche lei,
come milioni di americani, una cristiana rinata. C'erano i fotografi e
le televisioni, c' erano i picchetti dei «pro choice» (favorevoli
all'autodecisione della madre), che l'hanno definita una traditrice.
«Ma è ora che si sappia veramente la mia storia», spiega la McCorvey
con una nota di sarcasmo. «Sono un personaggio scomodo, lo so, ma lo
sono sempre stata». Nel 1973 «Jane Roe» non aveva abortito: mentre la
sua avvocatessa, Sarah Weddington, portava avanti la battaglia legale,
lei aveva messo al mondo una bimba e l'aveva data in adozione. Simbolo
per oltre trent'anni di tutte le speranze femministe, fiore
all'occhiello del Partito democratico, regina del movimento «pro choice»,
aveva cercato di interrompere la maternità, ma alla sua legale serviva
una donna gravida. «Se avessi avuto un aborto fuorilegge, come aveva
fatto in Messico la mia avvocatessa Sarah, sarebbe tutto finito nel
nulla. Avevano bisogno della gravidanza per portare avanti la mozione».
«Jane Roe» era solo una ragazza spaventata, con un passato difficile.
«La nonna si era guadagnata da vivere facendo la prostituta; poi,
invecchiando, leggendo i tarocchi. Mia madre era cattolica, il papà era
un testimone di Geova che riparava televisori. Io sono una mezzo sangue
Cherokee e Cajun, non ho mai finito le scuole medie. Ho vissuto per
trent'anni da alcolizzata, fra droga e rapporti omosessuali».
Ha avuto tre figlie e sono state tutte adottate. «Mentre aspettavo la
prima, mio marito mi ha picchiata a sangue, accusandomi di essere
incinta di un altro. Poi la mamma me l'ha portata via quando le ho
confessato di essere lesbica». La seconda volta, quando si è svegliata
in sala operatoria, la neonata era sparita. «E la terza l'infermiera,
per sbaglio, ha aperto la porta con in braccio la mia piccola. Quando se
ne è accorta ha richiuso di scatto, ma l'avevo già vista. Quella
bambina mi aveva spinto a cambiare la storia».
Quasi per caso: appena aveva scoperto di essere in stato interessante,
la McCorvey si era recata a Dallas da un avvocato che si occupava di
adozioni, e questi l'aveva messa in contatto con Sarah Weddington, il
legale che avrebbe preparato la mozione per la Corte suprema.
«Credevo che volesse far legalizzare l'aborto nel Texas», ha spiegato
la McCorvey. «Invece mi trasformò in "Jane Roe". Una volta
inserito il mio nome sulla mozione non ebbe più bisogno di me: Sarah mi
promise di rimanermi vicina, di farsi viva quando sarebbe nata la
piccola, invece mi abbandonò».
Scoprì che «Roe vs. Wade» era stato approvato leggendo i giornali.
Erano passati anni. «Chiamai Connie, la mia compagna, e le dissi:
"Sai, sono io Jane Roe". Scoppiò a ridere ma qualcosa nel mio
silenzio la convinse». «Jane Roe» era un personaggio scomodo per il
movimento femminista, che ormai aveva preso in mano le redini
dell'aborto: «Ero ignorante, bestemmiavo, non mi sapevo vestire, non
potevo appartenere al mondo delle giovani laureate di Vassar e di
Harvard, che durante una marcia per l'aborto, a Washington, mi tennero
nascosta tra la folla. Scandivano il nome di "Jane Roe" ma
preferivano restassi nella retroguardia».
Nel 1989 fu scoperta da un'avvocatessa californiana, Gloria Allred, che
la portò a vivere in California e fece di lei una star dei media. «La
rete televisiva Nbc girò una miniserie sulla mia storia con l'attrice
Holly Hunter. Sarah Weddington ebbe un contratto di consulente, io non
vidi un centesimo».
Passò da un'intervista all'altra: era l'eroina del movimento per la
libertà di scelta, e una notte qualcuno cercò di ucciderla. «Mi
svegliai di soprassalto mentre qualcuno su un camion crivellava di colpi
la casa. Connie e io ci terrorizzammo ma il movimento pro choice aveva
ancora bisogno di me». Quando David Souter fu nominato alla Corte
suprema venne invitata a parlare accanto ai grossi nomi del movimento
femminista: Kate Michelman, Faye Wattleton, Eleanor Smeal. «Fu
quest'ultima che, a cena, mi rimproverò di aver messo i gomiti sul
tavolo. "Non è da lady", disse. Al che risposi: "Ma non
siamo femministe? E ci preoccupiamo di fare le lady?". Il senatore
Jeseph Biden mi chiese chi fossi. Risposi che ero Norma McCorvey, cioè
Jane Roe. La famosa Jane Roe. "Anche se le altre credono di
esserlo, in realtà sono io". Biden rimase a guardarmi con gli
occhi spalancati, ma ero stanca di sentirmi dire che il movimento aveva
scelto male. Certo non avevo le loro lauree e la loro classe, ma
diventai così scomoda che nel 1993 non fui neanche invitata alla Casa
Bianca dal presidente Clinton, per i festeggiamenti del ventennale di
"Roe vs. Wade"».
Per anni la McCorvey è vissuta di piccoli espedienti con la compagna,
Connie, finché non le fu offerto di aprire una clinica per gli aborti
col nome di "Jane Roe". «Accettai, ma era una bugia: in
cambio di sei dollari l' ora divenni la segretaria, la tuttofare:
prendevo appuntamenti, spiegavo alle clienti che il loro non era un
bambino, ma solo "una mestruazione mancata".
Spesso mentivamo sulla durata della gravidanza perché oltre le dieci
settimane le pazienti dovevano pagare il doppio. Poi quando andavo nella
cella frigorifera e vedevo i pezzi, le gambe e le teste dei feti
conficcati a quattro o cinque in una giara, tornavo a casa e mi
ubriacavo».
Il 31 marzo del 1995 i «pro life» di Operation Rescue affittarono
l'ufficio accanto alla clinica di Dallas, e la sua vita diventò un
inferno «Marciavano davanti alle mie finestre con slogan come
"L'aborto ferma un cuore che batte", "L'aborto è
l'olocausto americano", «È un figlio non una scelta": la
corazza cominciò a sgretolarsi. Nella clinica c'era un medico, Arnie,
che faceva gli interventi a piedi scalzi. Fino al 1997 le nostre
cliniche erano meno regolate del laboratorio di un veterinario. Da noi
si poteva fumare anche in sala operatoria. Ero io a tenere la mano delle
donne. Quando piangevano dicevo solo: "Tesoro, è logico che tu
pianga, ti abbiamo dato una potente iniezione di Valium"».
Facevano aborti anche nel secondo trimestre di gravidanza. Un giorno una
ragazza alzò la testa, vide il piedino del bimbo e si mise a urlare. «Dovetti
dirle che si sbagliava, ma mentre stava pagando mi puntò gli occhi
arrossati in faccia: "Lo sa benissimo cos'ho visto. Mi avevate
detto che non era ancora un bimbo". Non ce la facevo più».
Un giorno un volontario del movimento per la vita le urlò per strada:
«Norma, ma hai mai avuto un aborto?». «Entrai in sala operatoria, mi
stesi sul lettino, misi le gambe sui cavalletti. Mi immedesimai nelle
migliaia di ragazze che vi passavano ogni mese. Scoppiai a piangere. Mi
trascinai fino a casa e chiamai il pusher, volevo della coca.
"Norma, hai detto che volevi smettere", mi disse. "Non te
la vendo più". Feci amicizia coi miei "vicini" del
movimento per la vita: erano sereni, dedicati, vivevano per i precetti
del cristianesimo».
C'era una donna, Ronda Mackey, che lavorava per Operation Rescue: erano
su fronti opposti ma divennero amiche. Aveva una figlia, Elisabeth, di
sette anni. «La invitai a giocare nel mio ufficio, in clinica. Lei mi
chiese di andare con loro in chiesa. Durante una Messa caddi in
ginocchio e chiesi perdono a Dio per tutto quello che avevo fatto».
Norma McCorvey adesso tornerà nel carosello dei media per convincere
gli americani che l'aborto è omicidio. Visto il momento politico e la
grande evangelizzazione di molti Stati, una possibilità esiste. Lei
vive solo per quello.
«Una delle confessioni che devo fare è che nel 1973 ho mentito,
dichiarando di essere rimasta incinta dopo essere stata violentata da
una banda. Sarah Weddington ci basò buona parte della mozione, sapendo
che gli americani sarebbero certo stati a favore dell'interruzione di
gravidanza per una donna stuprata. Ma non era vero. Avevo mentito. La
legge che ha ucciso milioni di vite era nata da una bugia».