Ruini:
per battere il terrorismo serve l'aiuto dei leader islamici
Luigi
Accattoli
«Non bisogna odiare ma nemmeno
fuggire. Restiamo a Nassiriya per aiutare gli iracheni Un Occidente
allargato a Russia e America Latina. E’ essenziale il rapporto con gli
Usa» - Corriere della Sera 28/3/2004
«Non
bisogna odiare, ma nemmeno fuggire. Credo che occorra rimanere a Nassiriya
con un atteggiamento costruttivo, aiutando gli iracheni a combattere
l’eversione che colpisce il loro Paese. Ma è necessario anche evitare
iniziative che allarghino il fossato fra l’Occidente e il mondo
islamico. Altrimenti si rischia di far vincere la logica del terrorismo».
Il cardinale Camillo Ruini parla con voce piana, sottile: ma senza
esitazioni. E' un pomeriggio di sole romano. Nel salotto della sua
abitazione al Vicariato, il presidente della Cei sembra ancora più esile
che nelle foto ufficiali. Ma il suo messaggio al Paese è tutt’altro che
debole. Ruini, classe 1931, emiliano, è un lettore di vecchia data del Corriere
della Sera . «Lo leggo da quando avevo sette anni» racconta
sorridendo. «Era l’unico giornale che entrava in casa: lo comprava mio
papà. E quando avevo nove, dieci anni, mi ritrovai in grande vantaggio
sui miei coetanei: sapevo cose di cui loro non sapevano nulla. La tv,
invece, la guardo poco: al massimo qualche tg».
La sua
idea dell’Italia è diversa da quella che appare in tv o sui giornali? «Diciamo che in generale i mezzi di comunicazione tendono a
privilegiare ciò che è insolito, e dunque spesso negativo».
È
questo che le fa dire che non bisogna farsi travolgere dalla sindrome del
declino? «Penso alla litigiosità politica, ma non soltanto. Mi preoccupano
altrettanto la frammentazione sia in termini di territorio che di
categorie. Non dico che occorra dimenticare le proprie specificità e i
propri interessi, ma mi impensierisce la tendenza a perseguire soltanto il
proprio vantaggio, la chiusura alle ragioni degli altri».
Perché
è così forte in Italia la tentazione di non credere, soprattutto tra i
giovani? Non rivela una debolezza spirituale della Chiesa? «La tentazione di non credere c’è sempre stata, ed è già
attestata nei Vangeli. È difficile dire se oggi sia più forte. Di certo,
è più forte la tendenza a credere a modo proprio e in maniera
intimistica. Di fronte a questa prova, il credente sa che il rimedio è
anzitutto nelle mani di Dio».
Non ne
viene anche un richiamo a riesaminare la storia dell'evangelizzazione e le
sue modalità? «Lo si fa da tempo, lo ha fatto il Concilio e, sulla sua indicazione,
il nostro episcopato è venuto concentrando gli sforzi nell’educazione
alla fede. Su quella linea lavoriamo ancora oggi, spronati dal richiamo di
Giovanni Paolo II che con l’enciclica Redemptor hominis ha
indicato la necessità e la possibilità dell’evangelizzazione. Il suo
grande merito è nella spinta che ha dato a reagire alla rassegnazione,
che in questa materia costituisce il pericolo più sottile».
Lei ha
additato il fenomeno delle «culle vuote», allarmato dal nostro tasso di
natalità bassissimo. Che spiegazione si è dato? «Ci sono due ordini di fattori. Il primo riguarda il carico fiscale,
da proporzionare al numero dei componenti della famiglia;
l’organizzazione del lavoro femminile, che va conciliato con la maternità;
e ancora le abitazioni e gli asili nido».
Non le
sembra che l'Italia sia in ritardo? «Sì. Paesi come Francia e Svezia si sono mossi prima e hanno già
ottenuto un riequilibrio demografico. Ma questa è soltanto la metà del
problema: l’altra è legata a fattori culturali e intimi, che hanno un
ruolo decisivo. Se è vero che mettere al mondo figli richiede capacità
di nutrire fiducia nel domani, è altrettanto vero che i figli sono
suscitatori di energie e di voglia di futuro».
Ritiene
che la Chiesa abbia qualcosa da rimproverarsi, in termini culturali?
«Anche la Chiesa deve fare la sua parte, forse più che in passato. Ma la
sua parola non è mancata. Anch’io ne parlo continuamente, da quando
sono presidente della Cei. Ma a livello politico la questione è rimasta a
lungo ignorata. Ora non più: da qualche anno è possibile ascoltare
giudizi molto netti, in materia, in particolare da parte del Presidente
della Repubblica Ciampi. Ma anche i media dovrebbero fare la propria
parte. Ha grande importanza il modello di famiglia che si propone; e se
quel modello prevede o no di avere figli».
La
Chiesa chiede una politica per la famiglia, ma è intransigente sulle
coppie di fatto. Una maggiore tolleranza per queste che sono pur sempre
famiglie, non favorirebbe le vostre richieste? «Non è intransigenza, ma preoccupazione che il patto coniugale non
venga svilito con un’equiparazione indebita tra coppie di fatto, magari
omosessuali, e coppie legate da un impegno reciproco pubblicamente
contratto. Una privatizzazione radicale dell’istituto familiare e del
suo ruolo avrebbe conseguenze molto pesanti per il nostro Paese e in
particolare per i più giovani».
Parte
del mondo cattolico accusa la Cei di interessarsi della famiglia e della
scuola ma di tacere sulle violazioni delle regole, che l'opposizione
attribuisce al governo Berlusconi. Lei accetta queste accuse? «Le conosco bene, ma sinceramente non mi sento di accettarle. Può
essere vero che non parliamo di certi temi nei termini graditi all’una o
all’altra posizione politica. Ma non è vero che non ne parliamo:
semplicemente, lo facciamo in modo diverso. La differenza consiste
nell’orizzonte nel quale certe tematiche vanno inserite: oggi questo
orizzonte non può non comprendere, accanto alla questione sociale e a
quella delle istituzioni democratiche, una questione che riguarda l'uomo
come tale, la sua differenza dal resto della natura, con tutte le
conseguenze che ne derivano, anche a livello pubblico e politico, ad
esempio per la bioetica o per la concezione della famiglia».
Eminenza,
l’accusa di alcuni cattolici è di indulgenza verso il centrodestra. «A dire il vero ce n’è anche un’altra, di segno diverso: quella
di non essere abbastanza energici nel contrastare la presenza
dell’Islam. Di fronte al protagonismo dell’Islam e alle gesta del
terrorismo islamico, c’è stato un soprassalto in termini di riscoperta
dell’identità cristiana. È un fenomeno da governare e pilotare, che
però ha alla radice qualcosa di positivo: l’identità cristiana anche
come fatto culturale. L’accusa che ci viene rivolta è di non difenderla
abbastanza. Ma la difesa non può essere il rifiuto degli altri: va
modulata sui principi cristiani di libertà, accoglienza, dialogo. La
percezione collettiva è mutata. E in positivo. Simboli come il Crocefisso
non sono più visti solo come espressione religiosa, ma, appunto, come
emblemi di un’identità storico-culturale. In altri termini, l’ottica
non è più quella della laicità o meno dello Stato, ma dell'identità
complessiva del nostro popolo».
Vuole
dire che le categorie di laico e cattolico sono superate? «Se vengono usate per una contrapposizione sistematica, voi di qua
noi di là, sì, sono anacronistiche. Occorre capire che cosa sia un laico
e che cosa un cattolico. Cattolico anagrafico si può definire il 95 per
cento degli italiani; ma i credenti sono di meno. E rimane la differenza
fra chi è credente e chi non lo è. Si tratta di una diversità, non di
una contrapposizione, che riguarda non soltanto la fede in Dio e in Gesù
Cristo, ma anche la concezione dell’uomo e quindi della società».
Anche
in economia si è parlato per anni di finanza laica e cattolica. «Mi pare una distinzione anch’essa un po’ datata».
La sua
omelia per i militari italiani uccisi a Nassiriya è stata giudicata un
atto di cattolicesimo patriottico. E' un sentimento che lei avverte nel
Paese? «Credo che parole come patria e nazione abbiano un significato
positivo: quello di una comunità storica, sociale, culturale, che si
riconosce in un’identità e sa amarla. È qualcosa di diverso dal
nazionalismo vissuto in contrapposizione agli altri. È quella che con
espressione felice Giovanni Paolo II ha chiamato "famiglia di
Nazioni"».
Qualcuno
potrebbe persino citare Giuseppe Mazzini: nazionalità e non nazionalismo. «Il cattolicesimo italiano della seconda metà dell’800 è stato
vissuto in antitesi con la "nazionalità" di Mazzini e di altri.
Ma siamo nel XXI secolo, e questa contrapposizione si è sciolta. Nessun
cattolico, ormai, avverte in modo problematico il rapporto con la patria.
L’identità italiana non si risolve nel cattolicesimo, ma il
cattolicesimo ne è grande parte».
Che
cosa si sente di dire alle truppe italiane in Iraq?
«Confermo quanto ho già detto: non bisogna odiare, ma nemmeno fuggire.
Si possono aiutare gli iracheni a combattere il terrorismo proprio
rimanendo lì. Ma attenzione: occorre evitare iniziative che allarghino il
fossato col mondo islamico».
A che
cosa allude? Guerra preventiva all’Iraq? Legge francese sulla laicità
che ha proibito il velo nelle scuole? Uccisione mirata dello sceicco
Yassin da parte di Israele?
«Sono stato tra i primi, fin dal settembre del 2002, a mettere in guardia
sulle gravi implicazioni della guerra preventiva. Occorre trovare la
strada, certo non facile, per reagire adeguatamente al terrorismo senza
ferire il legittimo senso di identità dei popoli islamici. In concreto
tocca ai politici cercare il mezzo giusto e proporzionato al fine che si
vuole raggiungere. E una grande responsabilità spetta anche alle guide
religiose e politiche dell'Islam, per procedere verso la pacificazione,
che è nell'interesse di tutti».
Lei
sarebbe favorevole ad una legge italiana come quella francese contro il
velo? «No, sarei contrario. In Francia è stata approvata perché lì il
regime di separazione tra sfera statale e religiosa è assoluto. La laicità
francese è cosa diversa dalla nostra».
Ritiene
che lo scontro di civiltà fra Occidente e Islam sia un rischio
irreversibile?
«Il rischio c’è, ma esiste la possibilità di scongiurarlo.
L’Occidente ha avuto circa due secoli di predominio incontrastato, che
adesso si sta esaurendo. Giunti alla fine della subalternità del mondo
all’Occidente, lo scontro è sempre possibile. Si tratta di riuscire a
governare questa evoluzione, orientandola verso la coesistenza e la
collaborazione, senza illudersi di impedirla».
Accompagnare
la fine dell’egemonia occidentale?
«In qualche misura sì, facendo in modo che il meglio della nostra civiltà
sia accettato e fatto proprio dai non occidentali».
Che
cos’è per lei l’Occidente?
«È qualcosa di più largo sia dell’Europa che degli Usa. Considero la
storia dell’Occidente anche come storia della libertà. Bisogna inoltre
avere presente ciò che viene unito dalle radici culturali cristiane: i
due polmoni dell’Occidente e dell’Oriente, per usare l’immagine del
Papa. Il problema è se questi popoli sanno riconoscere la propria matrice
comune. Se ci riescono, i valori cristiani possono assumere valore
mondiale; altrimenti prevalgono altre logiche».
In
questo senso, "Occidente" sono anche l'America Latina e la
Russia?
«In questo senso, sicuramente sì. In America Latina esiste una
tradizione cristiana rilevante e non troppo diversa da quella italiana.
Quanto alla Russia, come altri Paesi esteuropei, è marcata dall’identità
religiosa. Dietro settant’anni di comunismo è rimasta, forte e
profonda, la tradizione religiosa dell'Europa orientale».
Nel
suo Occidente allargato c'è anche Israele?
«Sì. Seppure con una specificità di cui credo quel popolo sia il primo
ad essere geloso».
Qual
è il pericolo che corre l’Occidente?
«Forse quello di non avere abbastanza coscienza di sé: è importante che
abbia una buona, non una cattiva coscienza di se stesso. Non può rendere
equivalenti i suoi valori portanti - la dignità della persona, la libertà,
la fraternità - alla negazione di questi valori. Altrimenti rischia di
perdere le proprie radici. Il relativismo culturale è sempre un grande
pericolo».
Come
vede i rapporti fra Usa e Europa? «Posso dire che spero si evolvano positivamente. Non vedo motivi
oggettivi che lo impediscano. Esistono una profonda affinità delle
matrici culturali e una chiara complementarietà. E per noi, gli Stati
Uniti sono un fattore essenziale per la rilevanza complessiva
dell’Occidente. Dobbiamo esserne consapevoli».
Da
anni la Chiesa italiana non prende posizione alle elezioni. Continuerà a
non farlo, a non avere partiti di riferimento? «Credo proprio di sì. E non solo nel breve periodo. Da dieci anni
non prendiamo posizione per una o più forze politiche che voi definite di
riferimento: né per le elezioni né fuori dalle elezioni. Ma in positivo
indichiamo dei contenuti. Rilevanti per gli elettori».