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Pio XII e gli ebrei: tutta la verità Andrea Tornielli Il Giornale 4/1/2005 |
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"La vicenda del documento del Sant'Uffizio dedicato alla restituzione dei bambini ebrei salvati dalla Chiesa francese presenta aspetti molto diversi e molto più complessi di quelli che sono apparsi nel dibattito di questi giorni. Il 28 dicembre scorso, il professor Alberto Melloni pubblicava sul Corriere della Sera un appunto, datato 20 ottobre 1946, tradotto da un originale in francese, nel quale si legge che i bambini ebrei battezzati «non potranno essere affidati a istituzioni che non ne sappiano assicurare l'educazione cristiana», mentre «i bambini che non hanno più i genitori e dei quali la Chiesa s'è fatta carico, non è conveniente che siano abbandonati dalla Chiesa stessa o affidati a persone che non hanno alcun diritto su di loro, a meno che non siano in grado di disporre di sé». Questo testo, definito «agghiacciante» dallo stesso Melloni, è stato commentato nei giorni successivi da molti studiosi e il dibattito è stato tutto incentrato su questa tesi: la Chiesa di Pio XII, con queste istruzioni che pure rispecchiavano il Codice di diritto canonico allora vigente, manifestava scarsa sensibilità verso il fenomeno della Shoah, al contrario dello spirito dimostrato invece da Angelo Roncalli, il futuro Giovanni XXIII, all'epoca nunzio apostolico a Parigi. Sintesi
imperfetta Il
Giornale
che nei giorni scorsi ha seguito puntualmente la vicenda, è ora in
grado di ripercorrere tutti i retroscena di questo caso, grazie alla documentazione
ricostruita dal professor Matteo Luigi Napolitano, docente di Storia dei
rapporti tra Stato e Chiesa all'Università di Urbino. Gli archivi
attestano, innanzitutto, che quello pubblicato da Melloni non è il
documento originale del
Sant'Uffizio, ma una
sintesi in francese di un testo molto più ampio e ragionato. E, come
scopriremo, una sintesi alquanto imperfetta. Scopriremo inoltre che
all'origine della questione non ci sono tanto singoli casi discussi o
contestati, ma il dibattito sull'opportunità di affidare migliaia di
bambini ebrei salvati dai cattolici e rimasti orfani, alle organizzazioni
ebraiche sioniste che li volevano trasferire in Palestina in vista della
nascita dello Stato d'Israele. Dunque un problema
non solo e non tanto dottrinale, ma anche diplomatico-politico, dato che
all'epoca il Vaticano, come peraltro le maggiori potenze internazionali,
erano contrarie a questa prospettiva. Ma
procediamo per gradi. Il documento originale del Sant'Uffizio è redatto
il 27 marzo 1946. All'origine dell'intervento c'è una richiesta del
cardinale Pierre Gerlier, arcivescovo di Lione che proprio in quel mese
sottopone di persona a Pio XII la questione dei «bambini giudei»
ospitati da istituzioni o famiglie cattoliche francesi. Le indicazioni
date dalla Chiesa in questi casi erano di non battezzare
i piccoli ebrei rifugiati.
In Italia, ad esempio, vennero forniti falsi certificati di battesimo.
Anche in Francia la Conferenza episcopale diede ordini precisi in questo
senso, come si evince da due lettere spedite nell'agosto 1946
dal cardinale Gerlier
e dal vescovo coadiutore di Cambrai al nunzio Roncalli, nelle quali si
lamentava il fatto che nonostante il divieto, alcune suore avessero
disobbedito facendo amministrare lo stesso il sacramento. Ma
all'origine della presa di posizione del Sant'Uffizio c'è anche una
lettera, datata 12 marzo, che il Rabbino capo di Palestina, Isaac Herzog,
invia al Papa. Nella missiva, dopo aver espresso commossi ringraziamenti
per quanto la Chiesa ha fatto in favore degli israeliti, Herzog chiede che
i bambini ebrei salvati, e rimasti orfani, vengano affidati a istituzioni
ebraiche. Dunque, su mandato di Pio XII, il Sant'Uffizio discute la
questione e prepara un documento. "Reazioni
violente" Nella
vicenda s'inserisce anche il nunzio a Parigi Angelo Roncalli che a fine
agosto 1946
invia un dispaccio
alla Segreteria di Stato scrivendo di aver incontrato nel luglio
precedente il Rabbino capo di Francia Isaiah Schwartz il quale
aveva chiesto l'interessamento della Santa Sede per risolvere la questione
dei «bambini giudei rimasti orfani e ospitati da istituzioni cattoliche o
adottati da famiglie. Nello stesso dispaccio Roncalli informa di aver
consultato l'arcivescovo di Parigi cardinale Suhard, il quale si è
espresso in senso favorevole alle richieste di Schwartz, temendo che in
caso contrario scoppi da parte ebraica una «reazione violenta» che
scatenerebbe contro la Chiesa cattolica le ire dell'ebraismo
internazionale. Senza
pronunciarsi nel merito della questione, Roncalli a sua volta chiede
istruzioni al Vaticano. Il 17 settembre 1946, il Sant'Uffizio invia al
Segretario per la Congregazione degli Affari Ecclesistici Straordinari,
monsignor Domenico Tardini, un appunto contenente le norme di condotta
generali già elaborate fin dal marzo precedente. Tardini a sua volta
scrive un dispaccio a Roncalli a fine settembre riportando le decisioni
del Sant'Uffizio. Spiega che sono necessarie «inchieste e constatazioni
per discernere caso per caso in merito a ogni singola richiesta avanzata da
istituzioni ebraiche, di prendere sotto tutela degli orfani ebrei che
siano stati battezzati, rifiutando quelle richieste avanzate da
istituzioni che non siano in grado di assicurare un'educazione cristiana.
E spiega inoltre che nel caso di bambini «che non fossero battezzati e
non avessero più parenti e non siano in grado di provvedere da soli a se
stessi, la Chiesa continuerà a tenerli sotto la sua tutela fino a che non
siano in grado di decidere da soli. Ben diversamente invece accadrebbe,
scrive Tardini a Roncalli, "se i bambini fossero richiesti dai
parenti». Dunque le istruzioni del Vaticano non prevedevano di non restituire i bambini nel caso la richiesta fosse arrivata da genitori o familiari. Le polemiche di questi giorni sui battesimi forzati - che pure vi furono - sono fuorvianti. I casi di cui il Vaticano viene investito dalle autorità religiose ebraiche sono solo e unicamente quelli riguardanti bambini ebrei rimasti orfani, richiesti da gruppi ebraici per realizzare scopi che alla Santa Sede non sono del tutto chiari. Proprio in quei mesi, infatti, a Parigi, alcune organizzazioni sioniste, come Ha'bericah, affermavano l'obbligo di ottenere quei bambini e di «scalzarli dalla Diaspora», mediante un «riscatto» o con «ogni altro mezzo efficace» per trasferirli in Palestina."
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