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Culle vuote, i bimbi solitari di domani Il Domenicale, 24 settembre 2005 Inverno demografico in Europa e Terzo Mondo flagellato dal Guglielmo Piombini |
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Gli europei hanno deciso di estinguersi? È questa la domanda inquietante che circola sempre più di frequente nelle analisi sociologiche sul futuro dell' Europa. I vuoti demografici causati dai bassissimi tassi di natalità che si susseguono da decenni senza dar segni di ripresa vengono colmati da un numero crescente d'immigrati e c'è chi, come lo storico britannico Niall Ferguson, prevede l'entrata dell'Europa nell'area di civilizzazione islamica già alla fine del secolo attuale. In questa "Eurabia" prossima ventura, i non musulmani saranno ridotti in minoranza e trattati come dhimmi, cittadini di seconda classe. Lo scenario non è implausibile, perché i meccanismi demografici, una volta innescati, hanno una forza d'inerzia difficile d'arrestare. In 18 Paesi europei il numero dei decessi è già più alto di quello dei nuovi nati, e rispetto agli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso le nascite si sono stabilmente dimezzate: in Italia, per esempio, sono scese da un milione a 500mila all'anno. Gli effetti dello spopolamento si faranno peraltro sentire fortemente quando queste generazioni già esigue entreranno nell'età riproduttiva. A quel punto, solo per stabilizzare la popolazione, ogni donna dovrebbe tornare ad avere mediamente 4 figli: un'ipotesi che oggi appare fantascientifica. In assenza di epocali cambiamenti economici e culturali, il Vecchio Continente si avvia quindi a perdere almeno 100 milioni di abitanti entro il 2050. Si calcola che, a quella data, 60 italiani su 100 non avranno fratelli, sorelle, cugini, zie o zii. Il suicidio demografico di un popolo in assenza di catastrofi naturali, guerre o carestie rappresenta un evento unico nella storia, ma non sembra preoccupare gl'intellettuali e i politici europei. Le élite progressiste e secolarizzate che oggi dominano la cultura del nostro mondo sono infatti ancora permeate da una mentalità antinatalista che per decenni hanno diffuso con fin troppo successo e non sono disposte ad ammettere la crisi di quel modello socialdemocratico europeo che appunto continuano a proporre come esempio per il globo intero. Il futuro? Debiti da incubo In realtà, le nazioni che nel secolo XXI non incoraggeranno le nascite verranno consumate dai debiti assistenziali e previdenziali, perderanno ogni capacità d'innovazione e vedranno scomparire la propria identità culturale. Lo spiega documentatamente e con grande efficacia lo studioso statunitense Phillip Longman in un libro che spazza via ogni equivoco sui presunti benefici sociali apportati dalle "culle vuote", The Empty Cradle: How Falling Birthrates Threaten World Prosperity and What To Do About It (Basic Books, New York 2004). Ora, l'Europa si trova esattamente sull'orlo di questo precipizio, mentre gli Stati Uniti, grazie a una maggiore immigrazione e a un tasso di natalità superiore, a metà del secolo conteranno 400 milioni di abitanti. Il ragionamento di chi ancora coltiva filosofie di tipo malthusiano, in base alle quali meno nascite ci sono meno saranno anche le bocche da sfamare, ha il difetto di guardare solo agli aspetti immediati del problema, trascurando quelli di più lungo periodo. È vero che in un primo tempo, con meno bambini da nutrire, vestire ed educare, rimangono più risorse a disposizione degli adulti. Ma ben presto ci saranno anche meno lavoratori produttivi e più anziani inattivi che consumano molto più dei bambini. Negli Stati Uniti, rileva Longman, un bambino consuma in genere il 28% in meno di un adulto, mentre un anziano consuma circa il 27% in più; senza contare che mediamente le persone sopra i 65 anni ricevono dallo Stato circa undici volte di più dei minori di 18 anni. L'aumento della popolazione è quindi sempre stato, e sempre continuerà a essere, la fonte principale della crescita economica. Gli economisti possono costruire a tavolino modelli in cui l'economia cresce contemporaneamente alla diminuzione della popolazione, ma nel mondo reale questo non è mai successo e gli uomini d'affari lo sanno bene. Negli Stati Uniti, ricorda Longman, le nuove attività economiche vanno a insediarsi nelle aree dove la popolazione è in crescita, come la cosiddetta "Sun Belt", ma evitano o abbandonano le aree delle Grandi Pianure che perdono popolazione. In generale, se la forza lavoro cala, la crescita economica è possibile solo se compensata da aumenti di produttività. Dato che in Italia il numero delle persone in età lavorativa crollerà del 41% nel 2050, la produttività di ogni lavoratore dovrebbe aumentare della stessa misura solo per mantenere una crescita economica zero: tutto questo, perdipiù, assoggettando i produttori a imposte sempre più alte per finanziare le spese previdenziali e sanitarie della popolazione anziana, il cui numero eguaglierà quello dei lavoratori in attività. Non sarà del resto solo un problema di soldi, ma soprattutto e anzitutto di capitale umano. Se anche infatti i sistemi pensionistici e assistenziali fossero per assurdo perfettamente finanziabili, l'invecchiamento continuerebbe comunque a costituire un depauperamento per la società. Il denaro è infatti solo un mezzo per convincere altri a fornire il cibo, cure mediche e tutto ciò di cui si ha bisogno; ma senza capitale umano, senza cioè persone capaci di produrre beni e servizi - quei beni e quei servizi -, il denaro in sé non ha alcun valore. Il capitale umano, l'eterna risorsa È illusorio sperare che lo sviluppo tecnologico risolva questi problemi perché le società in via d'invecchiamento sono destinate a perdere, e non ad aumentare, la propria produttività: da un lato perché le spese sociali assorbiranno sempre più risorse a scapito degl'investimenti privati; dall' altro perché la disponibilità al rischio, all'imprenditorialità e alla creatività è massima nelle persone di venti e trent'anni, e poi decresce con l'età. L'economia giapponese, in stagnazione perenne, ha per esempio perso la
propria capacità d'innovazione proprio a causa dell'invecchiamento della sua
forza lavoro e lo stesso sta accadendo all'Europa. Che cosa si può fare
allora per scongiurare il declino dell'Europa? Secondo Longman, le cause
della crisi demografica vanno ricercate nelle trasformazioni sociali
prodotte dalla cosiddetta "rivoluzione culturale" degli anni Sessanta
e I genitori sopportano per intero i costi del mantenimento dei figli, ma attraverso i sistemi sanitari e pensionistici pubblici i benefici vengono catturati dalla società nel suo insieme. Chi non fa figli può godersi molte più risorse nell'arco della propria vita, sapendo che in vecchiaia verrà assistito con i fondi messi a disposizione dai figli altrui: se però tutti ragionano così, non ci sarà più nessuno a tenere in piedi i sistemi di welfare. Non è un caso che la Svezia, il primo Paese europeo a instaurare uno Stato assistenziale "dalla culla alla bara", sia stato anche il primo a conoscere un pronunciato calo della natalità, fin dagli anni Trenta. Faranno figli gli anticonformisti La crisi demografica ha però anche ragioni spirituali. Gli esiti nichilisti del moderno clima intellettuale relativista, materialista ed edonista, denunciato a gran voce da Papa Benedetto XVI, sembrano infatti aver estinto negli europei il desiderio di tramandare la propria eredità culturale, giudicata priva di valore o d'importanza. E oltretutto questi stili di vita secolarizzati vengono attivamente diffusi nel mondo attraverso i programmi di controllo delle nascite promossi dall'Unione Europea e dall'ONU. Anche per questo motivo diversi Paesi del Terzo Mondo hanno negli ultimi anni conosciuto un inaspettato e spettacolare calo della fertilità che ha costretto le Nazioni Unite a rivedere al ribasso le stime sulla popolazione mondiale. Da chi nasceranno allora i bambini? In larga misura da coloro che rifiutano di conformarsi alle regole economiche e culturali della società moderna: e così o perché essi non intendono evitare i costi legati alla creazione di larghe famiglie, oppure perché procreando ritengono di adempiere a un precetto di natura religiosa. La fede sembra infatti avere una rilevante incidenza nella decisione di avere figli. Negli Stati Uniti, ricorda Longman, quasi la metà di coloro che vanno a Messa ogni domenica ritengono che la famiglia ideale sia quella con tre o quattro figli, mentre tra i non praticanti la percentuale scende al 27%. Nello Utah abitato dai ferventi mormoni i tassi di fertilità sono i più alti del Paese: nascono annualmente 90 bambini ogni 1000 donne in età riproduttiva, mentre nel laicissimo Vermont, l'unico Stato a mandare un socialista al Congresso statunitense e il primo ad accettare le unioni gay, ne nascono solo 49. Ai tempi della caduta dell'impero romano il mondo aveva sperimentato un crollo della fertilità paragonabile a quello di oggi, ma con il tempo i cristiani, grazie alla predisposizione alla natalità, e al rifiuto d' infanticidio e aborto soppiantarono i pagani, diventando la forza culturale dominante. Le condizioni demografiche di oggi, insieme a qualche segnale di risveglio del cristianesimo, suggeriscono che una trasformazione culturale di simili proporzioni possa ripetersi. La Modernità potrebbe rimanere cioè vittima della propria "cultura della morte". |