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Da Lepanto al muro di Berlino, la storia nel segno di Maria Emma Fattorini Corriere della Sera 19/4/2003 |
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Il Papa ha chiesto, negli incontri con la gioventù delle settimane scorse di affidarsi alla Madonna e di praticare il rosario . Il rosario è la preghiera cui la cattolicità è ricorsa nei momenti di minaccia della sua esistenza e di pericolo della sua identità. Divenuta, negli ultimi decenni quasi un malinconico residuato liturgico, torna ad essere una preghiera «sentita». Del resto, nei giorni di maggiore preoccupazione per gli esiti della guerra i santuari mariani di Loreto e Pompei si erano riempiti di fedeli. I cristiani, insieme ai credenti delle altre religioni monoteiste e delle chiese orientali hanno pregato molto nei giorni della guerra e hanno importanti appuntamenti nel prossimo futuro. Si è parlato
tanto del rapporto tra Chiesa e guerra, - anche in occasione dell'anniversario
della Pacem in terris - ma non si è riflettuto abbastanza sulle radici
spirituali e teologiche del problema. Con Wojtyla la funzione delle religioni quali luogo di pacificazione e di civilizzazione è in qualche modo fondativa. Era inscritta nel Dna di questo pontificato fin dall'origine. Almeno in due sensi. Il primo, è quello di appellarsi all'anima più spirituale, quella sapienziale comune a tutte le religioni, superando una accezione dell'ecumenismo come incontro a mezza strada. Il secondo è quello strategico legato all'oggettiva «funzione civile» che hanno avuto le religioni dopo il crollo del comunismo: occorreva farle diventare laboratori di convivenza piuttosto che di legittimazione nazionalistica, etnica, fondamentalista. Una vera e propria strategia politica e diplomatica della Santa Sede che avrebbe voluto fare dell’incontro tra le religioni il fulcro di un altro polo, dopo la fine del mondo bipolare. L'appello ad un’Europa politica e spirituale che finalmente poteva «respirare con i suoi due polmoni, quello dell'est e quello dell'ovest», come ebbe a dire Giovanni Paolo II fin dal suo primo viaggio in Polonia nel 1979. Un’Europa che avrebbe dovuto, in qualche modo, riconoscere (giustamente) il suo debito alle radici cristiane. Una identità cristiana dell'Europa che non ha il senso di una appropriazione identitaria della cattolicità in esclusione alle altre, ma piuttosto che, secondo questo Papa la civiltà, le civiltà si decidono nell'anima . Non concedendo nulla alle seduzioni della secolarizzazione, è il difensore più intransigente della tradizione, dei suoi culti, anche quelli più arcaici. Devozioni che egli non si limita a proporre al «popolo», agli sprovveduti, secondo la tradizionale distinzione, che destina, invece, ai ceti consapevoli e intellettuali una fede più raffinata. Come un vero sacerdote polacco non fa distinzioni di piani, non usa strumentalmente espressioni religiose facili per avvicinare le masse, ma dimostra egli stesso di sentirsi a suo agio nelle devozioni tradizionali. Primo tra
tutti, quello mariano, che non utilizza mai - diversamente che tante volte in
passato - in chiave minacciosa e belligerante, non ne fa l'emblema di una
milizia, non lo vive nello spirito di Lepanto. La Madonna è stata, di volta in volta, simbolo di lotta contro l'Islam, contro lo scisma di Lutero, contro l'illuminismo, contro il comunismo, contro la laicità moderna. Con Wojtyla la Madonna non è più contro ma è collocata nella funzione di intercessione per la pace, divenendo veicolo di incontro con le altre religioni. Ebbene, nella devozione mariana di Giovanni Paolo II, in quel totus tuus , da lui scelto, che troneggiava nelle vie di Varsavia, nel corso dei suoi viaggi e cui si appella ora come messaggera di pace, viene espressa l'immagine di una Vergine di riconciliazione e non il vessillo della propria cattolicità minacciata. Se ripercorriamo i punti salienti di questa devozione nel corso del suo pontificato vediamo che sono sempre associati ad una concezione pacificante e conciliativa. Dalla prima visita, da pontefice, a Jasna Gora, in Polonia, a Fatima, occasione di perdono per il suo attentatore turco. Una Madonna di Fatima che nella ricca riflessione teologica che ne ha fatto Ratzinger veniva depurata dalle torve e oscure minacce legate alle morbosità del terzo segreto. Per finire alla Madonna di Medgjugorje, paesino della Bosnia Erzegovina dove apparirebbe ininterrottamente da oltre un ventennio tutti i giorni supplicando tutti gli uomini di pregare per la pace. Crocevia dei furiosi scontri etnico-religiosi tra serbi e croati quella di Medgjugorje è stata una Madonna fortemente geopolitica . Negli anni ottanta ha accompagnato la fine del comunismo per diventare poi il ventre-santuario della pacificazione, ianua orientis , porta d'oriente. Un culto diffusissimo in tutto il mondo, erede di tutte la apparizioni mariane otto-novecentesche, non riconosciuto ufficialmente dalla Chiesa, ha al suo centro un messaggio di pace e di conversione che sarebbe veramente peccaminoso piegare a scontri ed esaltazioni occidentalistiche. E' noto il desiderio del Papa di restituire alla chiesa ortodossa e al popolo russo la preziosa icona della Madonna di Kazan , scomparsa durante la rivoluzione bolscevica e ora nei suoi appartamenti privati. Ennesimo segno che la Vergine è ponte, unione, occasione di incontro tra oriente e occidente e con le chiese ortodosse. Un vero disastro sarebbe, invece, se tra le conseguenze della guerra, si cristallizzassero anche due cristianità . Una della pietà e della compassione e l'altra dell'intransigenza e della identità. Anime che faticosamente questo pontificato ha cercato di tenere unite e di fare crescere insieme, ma che divaricate non appartengono certamente ai venticinque anni di Karol Wojtyla, custode rigoroso dell'identità cristiana e, insieme, docile interprete di una sapienza per tutti gli uomini. |