La dottrina sociale della Chiesa

Federico Fontanini

  

Col recente Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, pubblicato lo scorso anno a cura del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, si è reso finalmente disponibile un importante strumento di lavoro per conoscere la Dottrina Sociale della Chiesa (DSDC). Esso rappresenta infatti un aiuto prezioso per la formazione dei laici: come si legge nella presentazione del testo, la lettura del Compendio è anzitutto proposta allo scopo di sostenere e spronare l’azione dei cristiani in campo sociale e quindi specialmente dei fedeli laici, dei quali questo ambito è specifico.

Ma quando e come è nata la DSDC? Va detto anzitutto che l’espressione “Dottrina Sociale” risale al pontificato di Pio XI e sta ad indicare l’intero corpus dottrinale riguardante temi di rilevanza sociale che ha inizio con l’enciclica “Rerum Novarum” di Leone XIII.

E’ sul finire del XIX secolo che gli eventi correlati alla rivoluzione industriale incominciano a sollevare gravi problemi di giustizia ponendo la prima grande questione sociale, la questione operaia, suscitata dal conflitto tra capitale e lavoro. La Chiesa, attraverso il pontificato di Leone XIII, avverte la necessità di intervenire in modo nuovo e nasce così la prima enciclica sociale, la “Rerum Novarum”, che prende in esame la condizione dei lavoratori salariati particolarmente penosa per gli operai dell’industria, afflitti da una indegna miseria.  

In realtà anche in precedenza la Chiesa non era rimasta indifferente ai problemi sociali esistenti, ma è da allora e sulla scia di questo documento, che i pontefici esprimeranno in modo nuovo e più esplicito la loro sollecitudine. Si tratterà di una voce profetica che si farà all’occasione anche chiara denuncia, come avverrà coi documenti pubblicati da Pio XI nei confronti dei regimi totalitari che in quel periodo si affermano in Europa.

E’infatti nel XX secolo, in modo particolare, che si assiste al concretizzarsi di un progetto culturale, sociale e politico che, cercando di rimuovere sempre più Cristo dal tessuto sociale, darà origine ai grandi totalitarismi politici con le loro nefaste conseguenze. Non c’è da stupirsi se tale progetto ateistico abbia visto la chiesa come una scomoda presenza, un’acerrima nemica da relegare all’opposizione, limitare nella libertà e nei casi estremi eliminare.

Crollati tuttavia i regimi nazista e fascista, crollato il comunismo in Russia e nei paesi dell’Europa orientale, la lotta contro la Chiesa non si è fermata; ed è il laicismo a rappresentare ora la più seria minaccia per il cristianesimo. I suoi effetti, meno evidenti nel nostro paese, sono eclatanti in paesi come l’Olanda, il Belgio, la Francia; in Spagna, col governo socialista di Zapatero, stiamo poi assistendo ad una lotta particolarmente aspra contro la Chiesa cattolica, condotta a colpi di maggioranza nel più totale dispregio delle antiche tradizioni cristiane del popolo spagnolo.

In questo contesto la  DSDC si configura come parte integrante della nuova evangelizzazione: per la Chiesa non si tratta semplicemente di raggiungere l’uomo nella società, ma di fecondare e fermentare la società stessa col Vangelo. La società e con essa la politica, l’economia, il lavoro, il diritto, la cultura, non costituiscono perciò un ambito meramente secolare e mondano, ma diventano pieni destinatari del messaggio evangelico di salvezza.

Ma vediamo quali sono, in estrema sintesi, i punti salienti della DSDC.

1) Priorità della persona sulla società. La persona umana consiste ed è ben definita solo a partire dal suo rapporto con Dio, al quale è naturalmente aperta e del quale è creata immagine e somiglianza. Creata per se stessa, non può mai essere ridotta a mezzo; ha dignità infinita, è soggetto di diritti inalienabili; deve perciò restare alla radice, al centro e al vertice di ogni forma di socialità.

2) Preminenza della società sullo Stato. La persona umana per sua natura è anche un essere sociale, data la sua innata indigenza e la sua connaturale tendenza a comunicare con gli altri. Ne consegue che per la crescita integrale della persona è necessaria la partecipazione e l'integrazione sociale. Le persone si esprimono e crescono, dando liberamente origine a diverse forme di società: famiglia, associazioni e forme di cooperazione educative e lavorative, enti locali, ecc. Il potere politico, il diritto e le strutture economiche devono essere al loro servizio ed integrarne le insufficienze in vista del bene comune.

3) La Chiesa non è subordinata allo Stato. Di fronte ai tentativi dello Stato liberale, ed ancor più di quello totalitario, di assoggettarla a “strumento del regno”, la Chiesa continua a ribadire la propria distinzione (non separazione) dallo Stato, affermata sin dai tempi del Decreto di Papa Gelasio I (anno 496). La dimensione religiosa e quella politica non sono realtà omogenee. Quella religiosa appartiene alla libertà di coscienza delle persone; non tocca mai allo Stato laico stabilire cosa si deve credere o modificare, tanto meno impedire di professare la propria fede. Se ciò avvenisse, il cristiano è tenuto ad obbedire prima a Dio che agli uomini (cfr At 4, 19). Sostenendo questo la Chiesa così ha rappresentato nel secolo scorso la più tenace alternativa al totalitarismo di Stato, teorizzato e tragicamente realizzato. Sono in molti, pertanto, a doverle gratitudine.  

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Bibliografia:

Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, Libreria Editrice Vaticana, Città del vaticano 2004  

Luigi Negri, La Dottrina sociale della Chiesa: l’alternativa sconosciuta – in IL TIMONE n.6 marzo/aprile 2000  


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