«Se
Cristo non è risorto, è vana la vostra fede e anche quelli che sono
morti in Cristo sono perduti. Se abbiamo avuto speranza in Lui soltanto in
questa vita, noi siamo da compiangere più di tutti gli uomini».
Così
il celebrememento di Paolo alla comunità di Corinto. Non a caso
la Pasqua è al centro del calendario cristiano: tutta la fede è in
bilico sul sepolcro di Gerusalemme. L'intero edificio cristiano si
affloscerebbe come le torri di Manhattan, se venissero meno le fondamenta,
cioè la convinzione che da quella tomba, il terzo giorno, il crocifisso
è uscito, trasfigurato dalla luce della risurrezione.
Il
cristianesimo non è uno schema ideologico, indipendente dai fatti
concreti. E', invece, l'annuncio di un preciso evento storico: «Quel Gesù
finito sulla croce vergognosa degli schiavi, sepolto in una tomba
prestatagli per carità, da lì è uscito, avendo vinto la morte e
mostrando così di essere il Messia annunciato dai profeti di Israele».
Non a caso vangelo significa «notizia», la «notizia buona» per
eccellenza: informa, in effetti, che è avvenuto qualcosa che ci riguarda
direttamente, perché quel Risorto ci ha aperto la strada alla vita
immortale.
Da qui la forza, ma anche la vulnerabilità, del cristianesimo: dubitare
della verità storica di quel fatto significa congedarsi dalla fede. Se
davvero gli storici potessero convincerci che l'evento di Pasqua è
soltanto un mito, una leggenda, un'illusione, sarebbe la fine per le
Chiese cristiane, checché ne dicano certi teologi attuali, che vorrebbero
svincolare la fede dai dati della storia. E checché ne dicano certe «sapienze»
new age , interessate al cosmico e allergiche alla cronaca.
Questa è la semplice (e, in fondo, drammatica) realtà: se il sepolcro di
Giuseppe di Arimatea è restato sigillato o si è vuotato solo perché il
cadavere è stato asportato dai discepoli, il vangelo è declassato da
Parola di Dio a curiosa testimonianza della letteratura popolare
giudeo-ellenistica.
Poiché la fede non è una proposta intellettuale da esaminare con
asettica oggettività, ma è una realtà che interpella ciascuno nel
profondo, occorre parlare, qui, in prima persona. Per quanto costi, qui
dire «io» è necessario. Dirò allora che, per me, sarebbe
particolarmente ipocrita fingere compassata neutralità. E' da più di
trent'anni che - riflettendo sulle ragioni della fede - altro non faccio
che investigare proprio sulla verità dell'evento pasquale. Ad esso ho
dedicato alcuni grossi libri, ma ogni altra cosa che ho scritto si
interrogava, in fondo, sulla possibilità di accettare quel fondamento
della fede. Oggi, nella domenica che è la madre di ogni altra domenica,
è con emozione particolare che, nel Credo , reciterò con chi mi
è accanto il versetto su cui tutto si basa: «... morì e fu sepolto e il
terzo giorno è risuscitato, secondo le Scritture».
Naturalmente non sono pochi coloro che mi chiedono come possa prendere sul
serio un'affermazione del genere un uomo che ha fatto qualche studio, che
non ha dato segni visibili di squilibrio mentale, che ha mostrato persino
di non essere privo di un normale senso critico. Non mi sorprendo. Anzi,
comprendo bene una perplessità che è stata anche la mia. Ancora adesso,
non c'è messa in cui, giunti al Credo , non mi interroghi:
insomma, ci credo davvero? Ma sì, lo dico chiaro, con l'umiltà di chi sa
bene di non averne alcun merito; con il timore di chi sa di «portare
tesori in vasi di creta»; con la consapevolezza dolorosa di chi misura la
distanza tra la sua fede e la sua vita. Ma sì, oserò dirlo: alla pari di
chiunque si dica cristiano, sono convinto che ciò che i vangeli
riferiscono coincide con ciò che è avvenuto, che Gesù era davvero morto
e che davvero è uscito vivo dal sepolcro, passando poi quaranta giorni
con i discepoli prima di ascendere al Cielo. Sono anch'io tra gli
stravaganti che condividono una certezza che sembra ormai minoritaria: la
Pasqua non commemora un mito, ma ricorda un fatto.
Per tentare di motivare una simile convinzione, esistono, lo sanno tutti,
enormi biblioteche. Ma come rispondere a chi, brutalmente, volesse
costringere a una sintesi estrema? Messo con le spalle al muro, ciascun
credente avrebbe le sue risposte. Quanto a me, azzarderei innanzitutto la
«prova della vita». All'inizio del vangelo di Giovanni, a chi gli chiede
chi sia, Gesù non annuncia un «manifesto» ideologico ma replica,
pragmatico: «Venite e vedrete». Come può confermare chiunque abbia
accettato l'invito, andargli dietro può significare la scoperta di una
luce che riverbera significato su ogni circostanza dell'esistenza. Per
questo non c'è quotidianità di credente che non sia attraversata, almeno
a lampi, dalla gioia di chi intuisce il senso di ciò che altrimenti resta
dolorosamente inesplicabile; e dalla gioia di chi scopre di essere amato,
perdonato, atteso in un'eternità che - solo che lo si voglia - può
essere infinitamente felice.
Come il moto si prova, semplicemente, camminando, la verità del vangelo
la si constata, altrettanto semplicemente, vivendolo: la profondità
insondabile di un insegnamento espresso con parole tanto elementari non ha
verifica migliore di quella della vita. E' a questa «prova» esistenziale
che faceva riferimento Paolo constatando: «Io so in Chi ho creduto».
Sempre su
questo piano di concretezza, non ho dimenticato quanto mi disse una volta
il cardinal Ratzinger: «Non c'è argomento apologetico più efficace
della santità e dell'arte: la bellezza delle anime e la bellezza delle
cose che la fede ha plasmato, senza interruzioni, da ormai venti secoli.
Sta lì, mi creda, la forza misteriosa del Risorto».
Ma a queste che, pascalianamente, chiamerei «ragioni del cuore»,
aggiungerei, com'è ovvio, quelle «ragioni della ragione» sulle quali ho
appuntato soprattutto la ricerca. Come ridurre all'osso le infinite
argomentazioni che, pagina dopo pagina, ho cercato di accumulare? Potrei
ricordare che la storicità sostanziale dei testi del Nuovo Testamento sta
riemergendo alla grande, anche grazie a nuove scoperte archeologiche, dopo
due secoli di critica distruttiva. Anacronistico, oggi, è un Alfred Loisy,
per il quale nulla nel vangelo era «vero» tranne le sue note, più che
un Giuseppe Ricciotti, l'abate biblista che scrisse una «vita di Gesù»
per dimostrare come quei testi reggano al martello dell'incredulità.
Potrei, come in un poliziesco anglosassone, passare in rassegna tutte le
possibili risposte alla domanda: «Se escludiamo l'ipotesi dei credenti,
che cos'altro può essere successo, a Gerusalemme, quel 9 di aprile del
793 dalla fondazione di Roma, l'anno 30 secondo il calendario cristiano?».
Potrei farlo, arrivando alla conclusione imprevista che, alla fine, la
cosa più ragionevole potrebbe essere l'accettazione di un mistero che
travalica la ragione, pur senza contraddirla.
Potrei ricordare che, a differenza di ogni altro fondatore di religione,
«Gesù, dall'inizio della storia, è annunciato o adorato»: l'anomalia
del cristianesimo è, infatti, l'essere l'accettazione di un Messia
fondata sul preannuncio di quello stesso Messia. L'albero cristiano non
poggia sul vuoto, ma ha le sue profonde radici nell'antico Israele. Potrei
mostrare come le stesse traversie che marchiano la storia della Chiesa
possano, paradossalmente, mostrare in filigrana la presenza e l'assistenza
dello spirito del Risorto. Potrei spingermi persino a vagliare la
straordinaria riserva di miracoloso che da sempre accompagna la marcia
della fede nella storia e che solo il pregiudizio può rifiutare a priori.
Questo potrei fare. E questo, del resto, da sempre ho cercato di fare.
Senza, peraltro, illudermi di convincere tutti. Quale che sia la quantità
e la qualità delle ragioni messe in campo, sempre il credente cozzerà
contro l'incredulità. Un motivo per dubitare della forza delle
argomentazioni della fede? Al contrario, un motivo di conferma: tutti, a
Gerusalemme, hanno visto il Crocifisso, ma solo i discepoli hanno visto il
Risorto.
La
tutela della libertà dell'uomo è affidata al chiaroscuro in cui Gesù ha
avvolto la sua Pasqua, concedendo (per dirla con il solito Pascal) «abbastanza
luce per credere», ma lasciando «abbastanza ombra per potere dubitare».
Il bagliore di oggi può illuminare la strada, ma soltanto per chi sia
disponibile a farsene guidare. Cuore del vangelo non è un autoritario «tu
devi». Bensì, un affettuoso «se tu vuoi».