Inquisizione

Franco Cardini
Avvenire, da Agorà - Venerdi 22 Febbraio 2002

 

Dopo il simposio vaticano del '98 prosegue il processo di purificazione da parte della Chiesa. Una pagina da rivisitare oltre gli scandalismi. I tribunali vanno giudicati alla luce della realtà giuridica del tempo; vi furono errori e delitti ma i processi furono condotti con equità e rigore

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La storia dell'Inquisizione minaccia, a ogni nuovo serio tentativo di vederci più chiaro, di trasformarsi nel solito scandalo massmediale: è una legge dalla quale non si sfugge. Troppo spesso in questi ultimi anni verità storiche ormai conosciute sono state contestate dai soliti opinion makers le fonti dei quali, per ricostruire «gli orrori dell'inquisizione», sono Carolina Invernizio o (peggio) gli infami «Musei della tortura» che purtroppo impestano con i loro baracconi antistorici centri come Milano, San Gimignano e San Marino. Insomma, non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire e non esiste analfabeta peggiore di chi si rifiuta d'imparare.

Dopo il simposio tenutosi in Vaticano pochi anni fa, la Chiesa prosegue nel suo sforzo di «purificazione della memoria»: stavolta tocca ai domenicani - l'ordine cui per primo venne affidata l'attività inquisitoriale - che da domani a lunedì chiamano a raccolta presso l'Università pontificia San Tommaso di Roma teologi e storici che s'interrogheranno a porte chiuse sul ruolo avuto dai «predicatori» (vedi l'articolo qui sotto).

Va detto che gli storici che più si sono occupati sino ad oggi dell'Inquisizione sono ormai tutti d'accordo e, sia pure con sfumature e articolazioni diverse - da Prosperi a Ginzburg, da Bennassar a Tedeschi, da Merlo a Firpo -, hanno già più volte chiarito che i tribunali inquisitoriali vanno giudicati alla luce della realtà giuridica del loro tempo; che nel loro ambito si commisero senza dubbio errori e delitti (come in tutti gli organismi giudiziari del mondo), ma che in genere i processi furono condotti con equità e con rigore; che la repressione dell'eresia (fondamentale e sostanzialmente unico scopo dell'Inquisizione) fu un obiettivo gestito senza dubbio a partire dalla fine del XII secolo dal Papato, ma condiviso dalla società civile nel suo complesso.

Tant'è che i vari governi «laici» si guardarono bene, fino al Settecento, di ostacolare i tribunali inquisitoriali (malvisti semmai dai vescovi, che vedevano da essi molto limitata la loro autorità): al contrario, che spesso fecero di tutto per inserirvici e per condizionarli, collaborando con essi non solo nella esecuzione delle pene, ma anche nella fruizione di vantaggi (ad esempio pretendendo quote dei beni sequestrati agli eretici).

In processi inquisitoriali come quello del 1430-31 a Giovanna d'Arco, le autorità ecclesiastiche dovettero cedere dinnanzi all'ingerenza e all'insistenza del governo inglese. Sotto il profilo puramente inquisitoriale, Giovanna (che non subì alcuna tortura, nonostante essa rientrasse nelle pratiche procedurali del tempo, garantite dal diritto romano) se la sarebbe cavata con una penitenza: fu la violenza dell'autorità  civile a trascinarla sul rogo. In questo come in altri casi, si potrebbe addirittura parlare di un'acquiescenza dei tribunali religiosi di fronte alla «ragione di Stato»: altro che di governi laici costretti a eseguire - magari controvoglia - le barbare sentenze volute dalla Chiesa!

Ma tutte queste conclusioni, sulle quali gli storici da tempo concordano, restano lettera morta dinanzi al muro di pregiudizi e di disinformazione opposto dai mass media e sostenuto purtroppo anche dalla refrattarietà di parte degli insegnanti e dell'opinione pubblica a informarsi e ad aggiornarsi. Mi riferisco ad esempio ad uno studio - citato ieri in un articolo del Corriere della sera - inattendibile come The Inquisition di Bagent e Leight pubblicato dalla Penguin Book: dopo che i fondamentali lavori del Bennassar, del Prosperi e del Tedeschi sono usciti da tempo, ciò dà la misura della difficoltà di collegare una corretta divulgazione storica alla ricerca. Gli autori di The Inquisition sono due dilettanti già autori d'un libro sensazionalistico sulla leggenda del Graal: uno scritto che legittimava le più assurde fandonie al riguardo e che ha avuto uno straordinario successo editoriale contribuendo in modo disastroso all'inquinamento delle conoscenze diffuse a proposito di tale argomento. Questa robaccia è purtroppo divulgata da riviste edite da sedicenti esperti e avvelena perfino le scuole perché non sempre gli insegnanti sono in grado di opporvi un vigile e informato senso critico.

Di recente, la rivista «Quaderni Medievali» ha dedicato all'Inquisizione una densa rassegna, firmata dallo storico Giosuè Musca. Si tratta di uno studioso di esplicito indirizzo laico, molto severo e rigoroso nei confronti delle istituzioni inquisitoriali: e, nonostante si tratti di un autore sempre attento a non perdere mai il controllo delle cose che studia, direi che in più punti la sua antipatia, perfino la sua avversione nei confronti delle istituzioni e delle pratiche inquisitoriali risultano evidenti. Eppure, si tratta di uno studioso serio: consiglierei pertanto a tutti i cattolici la lettura e la meditazione attenta delle sue pagine. Quella è informazione critica aggiornata e corretta: si può poi non condividere certi giudizi, si possono contestare alcune valutazioni. Ma siamo nel campo d'una discussione tanto competente quanto leale.

La stragrande maggioranza degli scritti divulgativi al riguardo, per conto, si affida al rimasticamento delle antiquate e faziose pagine della History of Inquisition del Lea, un'opera esplicitamente anticattolica e propagandistica che ai livelli semicolti fa ancora autorità. E, badate, questa è ancora una delle migliori ipotesi.

 


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