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Laicismo, secolarismo, liberalismo, religione: le sottili strategie dell'emarginazione Il domenicale, 5 marzo 2005 Guglielmo Piombini |
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Negli ultimi due secoli il cristianesimo è stato fatto oggetto di dileggi e di attacchi da parte dei governi atei, anticlericali o dichiaratamente anticristiani. Decine di milioni di fedeli sono stati perseguitati e uccisi solo per le proprie convinzioni religiose. Nella maggior parte dei paesi occidentali, però, le élite politiche ed intellettuali secolarizzate hanno osteggiato il cristianesimo con mezzi più sottili: non ricorrendo alla persecuzione diretta ma utilizzando una retorica ammantata di liberalismo, che fa leva su principi a prima vista plausibili quali la libertà di coscienza, la separazione tra Stato e Chiesa, la neutralità delle istituzioni, l'aconfessionalità dello Stato o il pari trattamento di tutti i credi. I cattolici, e i cristiani in genere sono apparsi in difficoltà di fronte a questo armamentario polemico e non sono riusciti a contrastarlo efficacemente. Hanno quindi permesso che a poco a poco, in nome della laicità e della separazione tra Stato e religione, quest'ultima venisse prima marginalizzata e poi espulsa dagli spazi pubblici. In Europa e negli Stati Uniti le cronache riportano sempre più frequentemente casi in cui nelle scuole, per legge o per sentenza giudiziaria, vengono soppresse le festività cristiane e vietate le preghiere, le letture della Bibbia, le rappresentazioni del crocifisso e della Natività, le recite natalizie o addirittura il consumo a merenda delle tradizionali brioche a forma di croce ( è successo in Gran Bretagna). Di recente ,in Francia, in un liceo di Tolone, è stato imposto al cappellano dell'istituto di non indossare la tonaca, mentre in Germania il tribunale amministrativo del Baden-Wurttenberg ha vietato alle suore di vestire il velo dentro gli edifici scolastici. Vi sono stati inoltre numerosi casi di allontanamento dei simboli e delle espressioni religiose cristiane dalle strade e dalle piazze (in alcune città statunitensi il divieto ha colpito i presepi all'aperto nei giorni natalizi), dagli ospedali, dalle università, dalle aule di giustizia. Fece scalpore, nel 2003, l'episodio del
giudice americano Roy Moore, sospeso dall'incarico per aver fatto mettere
davanti all'entrata del tribunale di Montgomery, in Alabama, una lapide con i
Dieci Comandamenti, rimossa per ordine della corte suprema federale. Separazione Stato/Chiesa Davvero i cristiani sono dunque tenuti ad accettare tutto questo in nome del " liberalismo" o della "sana laicità"? La risposta è negativa, per una serie di buone ragioni politiche e filosofiche. Occorre innanzitutto prendere atto del fatto che nelle nostre società è in corso una guerra culturale dichiarata dagli ideologi progressisti, intenzionati a cancellarne i retaggi cristiani;e in secondo luogo rendersi conto che l'ispirazione di questo kulturkampf non ha nulla in comune con il pensiero liberale. Il liberalismo nasce infatti durante l'età moderna come dottrina esplicitamente antistatalista, per difendere le tradizioni, le comunità e gli individui minacciati dal processo di centralizzazione assolutistica del potere. L'ideologia laicista, sul versante diametralmente opposto, sorge con l'obiettivo rivoluzionario di annientare, a favore dello Stato, le istituzioni sociali spontanee e intermedie della società civile, viste come residui di un passato oscurantista. Se dunque i liberali autentici come John Locke, Benjamin Constant, Alexis de Toqueville, Frédéric Bastiat o Lord Acton chiedevano libertà di coscienza e la separazione tra lo Stato e la Religione allo scopo di destatalizzare il più possibile la società, permettendo così che fiorissero indisturbate tutte le sue espressioni culturali e religiose, il fine dei moderni laicisti è invece quello di statalizzare interamente la società per imporle la propria ideologia "progressista". La strategia laicista si svolge in due fasi: in un primo tempo s'individua un settore della società civile dove la religione è ancora forte e influente, e lo si mette sotto controllo statale, o lo si nazionalizza tout court. A questo punto si passa alla fase due: si afferma che lo Stato deve essere laico e non confessionale, e che per questo motivo la religione va espulsa dal settore nazionalizzato: tutti coloro che si oppongono vanno denunciati, senza mezze misure, come pericolosi sostenitori della teocrazia. Ecco quindi realizzata, alla giacobina o alla sovietica, la separazione tra Stato e Chiesa. L'impostura è però evidente: se lo Stato finisce per assorbire tutto, la "separazione tra Stato e Chiesa" diventa di fatto uno strumento non per separare ma per estromettere la religione dagli ambiti sociali in cui era spontaneamente già presente. I liberali classici, che volevano uno stato ridotto al minimo, auspicavano una separazione (non solo dalla religione, ma possibilmente da tutto, compresa l'economia e la cultura) perché erano contrari al monopolio religioso di Stato. Ma questa cosa è del tutto diversa dalla richiesta di espulsione delle manifestazioni religiose dagli spazi pubblici. Occorre infatti tenere conto che, senza interferenze statali, in un paese dove la popolazione è in maggioranza cristiana la religione ha per forza di cose un'ampia visibilità pubblica nell'arte e nell'architettura, nei programmi scolastici, nelle trasmissioni televisive, nelle festività, nelle processioni o nelle ricorrenze, come naturale espressione della società. Lo Stato non ha il diritto di forgiare la società diversamente da come essa è, vietando e cancellando tutto questo, neanche in nome della separazione e della laicità. Il campo dove il programma laicista di "secolarizzazione mediante la statalizzazione" è stato attuato con più decisione, per la sua importanza strategica nella guerra culturale, è ovviamente quello della scuola. A partire dagli anni settanta dell'Ottocento nel Regno d'Italia, nella Germania bismarkiana e nella Terza Repubblica francese gli istituti privati e religiosi vennero assoggettati al controllo statale, per consentire ai governi di propagandare indisturbati le nuove ideologie positiviste, secolari e nazionaliste. Oggi in tutti i Paesi dell' Occidente, compresi gli Stati Uniti, la scuola statale è un moloch ultrasindacalizzato caduto nelle mani dei progressisti, i quali se ne servono per inculcare nelle nuove generazioni le ideologie politically correct. Secondo la prospettiva laicista, condivisa purtroppo anche da molti che si dichiarano "liberali", l'esposizione del crocifisso, l'insegnamento della religione o la critica dell'evoluzionismo nelle scuole pubbliche rappresenterebbero delle gravi lesioni alla "laicità dello Stato" o alla neutralità verso ogni credo religioso. Su queste basi avviene che, periodicamente, i governi progressisti minaccino di cancellare del tutto le ore di religione (l'ultimo in ordine di tempo è stato il governo spagnolo di José Luis Rodriguez Zapatero) e che qualche zelante giudice imponga la rimozione del crocifisso, come nel noto caso della scuola elementare di Ofena in Abruzzo. Nello stesso tempo, però, l'ideologia laicista considera perfettamente legittimo che nelle scuole statali vengano diffuse ( come di fatto avviene) le dottrine dello statalismo, del multiculturalismo, del terzomondismo, del femminismo, del marxismo, dell'ambientalismo, del new age, dell' anticristianesimo militante, dell'edonismo, del permissivismo, del nichilismo. Poichè queste filosofie "politicamente corrette", a differenza del cattolicesimo , non sono classificabili formalmente sotto la voce "religione" non metterebbero a rischio la laicità dello Stato o la neutralità della scuola pubblica. E' evidente che, con questo espediente di comodo, i sostenitori dei valori cristiani tradizionali partono svantaggiati, e saranno sempre costretti a lottare con una mano legata dietro alla schiena. Oltretutto anche le ideologie progressiste propagandate nelle scuole statali rappresentano,in ultima analisi, delle visioni religiose del mondo: che cos'è infatti l'ambientalismo radicale se non una forma moderna di paganesimo che venera Gaia Madre Terra? " E voi laicisti sareste i
difensori della neutralità? Sareste quelli che non vogliono che lo Stato
imponga dei valori?Ma non fatemi ridere!", ha avuto occasione di affermare
il padre del Libertarianism statunitense Murray N. Rothbard, impegnato in una
dura polemica con i left-liberal proprio su questi temi. La battaglia della scuola. Il carattere illiberale della concezione laicista della scuola pubblica può risultare chiaro dal paragone che segue. Supponiamo che da domani il governo decida di nazionalizzare tutte le testate giornalistiche. I veri liberali dovrebbero chiedere energicamente il ripristino del libero mercato privato della carta stampata; nell'attesa, dovrebbero almeno pretendere che lo Stato non modifichi l'orientamento politico dei giornali statalizzati, e che lasci a ciascuno di essi la stessa libertà di stampa che godeva prima della nazionalizzazione. Questa più che legittima richiesta potrebbe però scontrarsi con la volontà laicista di estendere anche allo Stato Giornalista la regola della "laicità" e della "separazione tra Stato e Chiesa", con conseguente epurazione o limitazione delle testate di orientamento religioso. Lo scenario non è così assurdo, perché corrisponde esattamente a quello che i laicisti hanno fatto con la scuola. Tutto questo mette in luce l'enorme difficoltà che incontra lo Stato moderno, per definizione omologante, uniformante e dispensatore di soluzioni centralizzate uguali per tutti, nel gestire le tante sfaccettature religiose e culturali esistenti nella società. Solo il libero mercato, anche nel campo dell'istruzione, presenta quella flessibilità capace di garantire a ogni famiglia il tipo di istruzione desiderato per i propri figli. I conservatori, i liberali e i libertarian dovrebbero quindi battersi non per la laicità ma per la privatizzazione della scuola. Se questa è politicamente impossibile da ottenere, la cosa migliore è che la scuola statale venga gestita nella maniera più rispettosa delle preferenze dei clienti e dei genitori, in maniera da avvicinarsi a quelli che potrebbero essere i probabili esiti di un libero mercato. Questo si realizza favorendo la massima decentralizzazione delle decisioni. Ad esempio, per quanto riguarda le questioni delle preghiere, del crocifisso o dell'insegnamento biblico, la soluzione più liberale non è vietarli o renderli obbligatori dappertutto ma lasciare che a decidere siano di volta in volta le comunità locali o le singole scuole , o meglio ancora le singole classi: non il governo, il parlamento o la corta costituzionale. Purtroppo da questo orecchio i laicisti ci sentono poco, convinti come sono, che la scuola sia (non si sa a che titolo) un loro terreno di conquista. Ai genitori che desiderano per i propri figli un'educazione
fondata sui
valori tradizionali, anziché sulla controcultura progressista e secolare,
non rimarrebbe allora altra strada che "secedere" dal sistema
scolastico
pubblico. Negli Stati Uniti un numero crescente di famiglie, perlopiù
religiose, ha scelto con ottimi risultati la via dell'homeschooling (l'
insegnamento impartito a casa da insegnanti o dai genitori stessi) che lo
stesso Rothbard ha giudicato il movimento più promettente, ispirato e
libertario dell'America attuale.
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