Sartre: "L'ateismo è una faccenda crudele e a lunga scadenza...."

Donald DeMarco

Tratto da The Interim

 

All'inizio del secolo un medico condotto francese sposò la figlia di un possidente terriero. Il giorno dopo il matrimonio scoprì bruscamente che  suo suocero era senza un soldo. Disgustato, non parlò con sua moglie per i successivi 40 anni. Durante i pasti comunicava con lei a gesti. Lei giunse a definirlo come  "il mio inquilino". Tuttavia fecero tre figli. Uno di questi figli del silenzio, Jean-Baptiste,  sposò una donna la cui madre le aveva rappresentato la vita coniugale come quella infelice situazione contraddistinta da "una catena interminabile di sacrifici, interrotta da notti di volgarità". Jean-Baptiste e sua moglie ebbero presto un figlio. Subito dopo la sua nascita, Jean-Baptiste si ammalò gravemente. Sua moglie badava a lui, "sebbene", come ci avrebbe un giorno informato quel figlio, "non si rese così indecente fino ad amarlo." Notti di attenzione e preoccupazione per il marito moribondo le fecero perdere il latte. Il bambino fu mandato da una balia presso la quale quasi morì di enterite e "forse per il risentimento." 

Questo bambino, che emerse da circostanze di così cattivo auspicio, è conosciuto nel mondo come Jean-Paul Sartre. Riguardo la prima separazione che sperimentò, quella dai propri genitori, Sartre osservava come avesse "beneficiato della situazione" inclusa la precoce scomparsa di suo padre. "La morte di Jean-Baptiste fu il grande evento della mia vita: restituì mia madre alle sue catene e mi diede la libertà." Per Sartre, poiché tutti i padri interferiscono necessariamente con la libertà dei loro figli, è impensabile che esista una creatura quale un buon padre. "Non sono gli uomini ad essere colpevoli, ma è il legame paterno ad essere marcio. Non c'è niente di meglio che generare figli, ma che peccato averne qualcuno! Se fosse vissuto, mio padre mi avrebbe oppresso e schiacciato". Non sorprende quindi che, quando Sartre aveva 30 anni, un amico disse: "Sembra che tu non abbia mai avuto dei genitori." 

Per Sartre la rottura fra biologia e morale ( ad esempio fra generare un figlio e educarlo responsabilmente) formò un prototipo per l'inconciliabile spaccatura che avrebbe descritto filosoficamente tra il mondo della materia e il mondo della coscienza. La biologia è un puro fatto, qualcosa che sta sopra di noi e contro di noi. Ma il mondo della coscienza è quello della libertà.

La passione di Sartre per la libertà a volte era minata dalla tentazione di accettare il suo posto nella famiglia. Era, tuttavia,  una tentazione facile da respingere. Come poteva rassegnarsi alla sua posizione nella famiglia? Come ci racconta nella sua autobiografia: "Fui reso femminile grazie alla dedizione di mia madre, insapore grazie all'assenza del severo Mosé che mi aveva generato, e divorato dalla presunzione grazie all'adorazione di mio nonno. Ero puro oggetto, predestinato soprattutto al masochismo qualora fossi riuscito a credere alla commedia familiare. Ma non ci riuscì."

Il rifiuto di Sartre per il padre, come condizione per la libertà personale, diventa necessariamente rifiuto di Dio. Il suo ateismo non ha origine filosofica, ma è piuttosto la logica conseguenza della sua educazione. "Fui portato all'incredulità non da un dogma contraddittorio ma dall'indifferenza di mio nonno." Vedeva nei suoi vecchi una forma di ipocrisia, essi mostravano virtù come alibi per i vizi, predicando una cosa e mettendone in pratica un'altra. Non c'era nessun contenuto o significato religioso nelle loro vite. "Nella mia cerchia, nella mia famiglia" egli scrive, "la fede non era nient'altro che un nome ufficiale per la dolce libertà francese." 

L'ateismo è il nucleo della filosofia di Sartre, ma è un postulato che egli suppone senza dimostrare; sembra emergere più dal suo personale retroterra  che dalle sue capacità razionali. In ogni caso, è in sintonia con il suo concetto di assoluta libertà personale: se non c'è Dio, non ci sono regole o comandamenti che limitino la libertà umana.

La principale opera filosofica di Sartre è L'essere e il nulla, pubblicata nel 1943. Nella introduzione di questa imponente opera, egli fa una cruciale distinzione che funge da pilastro del suo pensiero filosofico. Ci sono cose, entità materiali fisse e determinate. Questo è il regno dell' "essere in sè ". Tali cose sono l'oggetto della nostra coscienza. Noi, come esseri coscienti, non siamo fissi.  Siamo incompleti, dinamici, sempre mutevoli. Siamo in movimento, capaci di scegliere cosa dobbiamo diventare. Siamo esseri di transizione guidati verso ciò che diventeremo dalla nostra libertà. Quindi, non siamo un "essere in sé", ma un "essere per sé". Noi non abbiamo un'essenza o una natura definibile o intelligibile. Non siamo veramente esseri umani, ma ci troviamo a scegliere quello che dobbiamo diventare. Nella famosa frase di Sartre, che scaturisce dal cuore della sua filosofia, "l'esistenza precede l'essenza".

Il concetto che noi non siamo esseri umani o possessori di qualche particolare natura ha origine dal suo ateismo. Secondo la tradizione giudaico-cristiana, Dio ci fa a sua immagine e somiglianza. Quindi, Dio l'artista, ci dota di una particolare natura o essenza alla maniera in cui qualunque artista impregna la sua opera di un'idea formativa. Se Dio esistesse, per Sartre, ci creerebbe con una particolare natura e, di conseguenza, ci negherebbe la libertà di essere noi stessi. Se Dio non esiste, allora non c'è nessuno che ci appioppa una particolare natura e di conseguenza siamo esseri liberi la cui esistenza precede la nostra essenza. Per dirla semplicemente, Sartre proclama che , "Non c'è nessuna natura umana perché non c'è nessun Dio che la concepisca."

La libertà assoluta, tuttavia, non è facile da sostenere. In tutta la sua vita, Sartre fu perseguitato dallo Spirito Santo. Infine egli dichiara al termine della sua autobiografia, "Io ho chiuso lo Spirito Santo nelle cantine e da esse l'ho gettato fuori. L'ateismo è una faccenda crudele e a lunga scadenza: credo di averlo attraversato fino in fondo."

Essere solo in un universo senza Dio, senza una natura, senza una guida e senza speranza può essere crudele. "La vita è assurda," conclude Sartre, ma dobbiamo fare qualcosa di noi stessi anche se quel qualcosa non vale niente. Veramente la vita è brutale. A questo riguardo non sorprende scoprire Sartre che ci dice: "Ero intossicato dalla morte perché non mi piaceva la vita."

Ma cosa doveva diventare questo esistenzialista ateo? Egli non vuole essere assorbito nell' "oscena pasta" della materia e diventare un mero essere in sé. Non vuole neanche essere coinvolto in relazioni con altri che sono spinti a trasformarlo in un oggetto a loro uso e consumo. Men che mai vuole rimanere un'entità indeterminata che fluttua senza significato nell'universo aspettando la sua inevitabile estinzione. Cosa rimane? La risposta è la semplice espressione che troviamo scritta nel titolo della storia della sua vita - Le parole.

Sartre deve scrivere per "essere perdonato di essere vivo". Inoltre, trovando rifugio in parole astratte, egli deve negare il significato del suo corpo, la sua realtà incarnata, così come le relazioni con gli altri che poteva aver coltivato. "Il caso mi ha fatto uomo", egli dichiara. "La generosità farebbe di me un libro." Quindi, in qualche modo, egli fuggirebbe dalla infelicità di sé stesso. "Lo specchio mi ha detto quello che ho sempre saputo: ero orribilmente mediocre. Non me ne sono mai fatto una ragione."

Il divario che Sartre crea fra il suo piano di coscienza e il mondo esterno è così ampio da non potersi attraversare. La modalità fondamentale di tutte le relazioni umane diventa quindi conflitto: "L'inferno sono le altre persone." 

Nel suo libro The Gods of Atheism, Padre Vincent Miceli conclude che la filosofia di Sartre porta logicamente e direttamente alla disperazione e al suicidio. "Il suo mondo di ateismo è un regno del nulla precipitato nella tenebra intellettuale, sconvolto da odio spirituale e popolato da abitanti che maledicono Dio e si distruggono l'un l'altro nel vano tentativo di conquistare il suo trono vacante." Questa non è un'iperbole, ma l'inevitabile conseguenza del pensiero di Sartre che è compatibile con l'attuale cultura della morte. 

Neanche l'autore di una tale squallida filosofia potrebbe essere in pace con essa. Nell'ultima pagina di Le parole, egli ci lascia con un indovinello. "Io dipendo solo da coloro che dipendono solo da Dio, ed io non credo in Dio."  La filosofia di Sartre è internamente contraddittoria. Il fatto che potesse percepirlo, anche se debolmente, offre un raggio di speranza.

Donald DeMarco è professore di filosofia al St. Jerome's College di Waterloo, Ontario


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