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La signora in blu che convertì i pellerossa Maria de Ágreda non lasciò mai il monastero in Spagna.Anche se le tribù del Texas la vedevano apparire e insegnare il catechismo. Vittorio Messori (Corriere della Sera del 5/4/2003) |
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Giunge una lettera dal Texas. Quel luogo nell’indirizzo del mittente suscita immediate, e ovvie, associazioni: i film western, naturalmente; i fumetti di colui che non a caso si chiama Tex; il centro spaziale di Houston; Dallas , la soap opera per antonomasia. Magari, in questi tempi di guerra, lo Stato americano che ha la più alta percentuale di arruolati tra i marines. Quelle due sillabe richiamano molte cose. Molte, ma non certamente una claustrale spagnola del Seicento che mai lasciò il suo monastero di Ágreda, cittadina sperduta sui monti della Vecchia Castiglia. Eppure, è proprio così: dentro la busta, trovo l’invito a partecipare a un grande convegno organizzato da un pool di università texane sulla venerabile suor Maria de Jesús de Ágreda. Mi si avverte che, alla fine dei lavori, verrà proposta la firma di una petizione, già più volte rinnovata, perché la francescana sia proclamata protettrice ufficiale dello Stato del Texas. Se si chiede anche a me una relazione è perché, avendo indagato per un libro su un prodigio nella Spagna del XVII secolo, non potevo non avere approfondito la figura dell’autrice de La mistica città di Dio , uno dei testi più straordinari e misteriosi della letteratura religiosa.
Ma veniamo al Texas. C’è, qui, una delle vicende più incredibili - e, al contempo, più storicamente attestate - dell’intera storia cristiana. Precisiamo subito che questi eventi hanno superato il più rigoroso e temibile degli esami: quello dell’Inquisizione spagnola che - con i suoi metodi collaudati, che provocavano il crollo psicologico di qualunque simulatore - giunse a interrogare la religiosa per dieci ore al giorno durante molte settimane. Alla fine, quegli implacabili inquisitori si arresero, conclusero che i fatti straordinari erano veri e che, dunque, suor Maria de Jesús non doveva essere disturbata. Del resto, sono giunti alla stessa conclusione anche gli storici americani dei nostri giorni, molti dei quali protestanti, ebrei, agnostici: non a caso il convegno di cui parlavo è organizzato non da istituzioni religiose, ma da laicissime facoltà universitarie. Successe, dunque, che all’inizio del Seicento, i francescani decisero di avanzare a nord del Messico con le loro missioni. Raggiunsero così il territorio dell’attuale Texas, ma anche quello dell’Arizona, della California, del New Mexico. Subito, dovettero fare i conti con le bellicose tribù dai nomi leggendari: apaches, navajos, comanches. Le prime spedizioni furono massacrate. Ma la resa non è nelle tradizioni francescane: così, nel 1622, partiva un nuovo gruppo, guidato da padre Alonso de Benavides. Dopo avere impiantato una missione fortificata, i frati cominciarono a ricevere visite inaspettate. Erano i capi degli Xumanas, una delle tribù più grandi e al contempo più aggressive e irriducibili. Con sbalordimento dei religiosi, quegli indiani supplicavano che venisse inviato tra loro qualche sacerdote che amministrasse il battesimo e gli altri sacramenti. Una simile richiesta, in quei luoghi, non era mai venuta prima. A domanda, gli indigeni risposero che erano stati convinti a venire da una «Signora vestita d’azzurro» che da qualche tempo appariva tra loro e li esortava - non solo con parole nella loro lingua, ma anche con miracoli - a chiamare i missionari. Questi avevano alle pareti la stampa, colorata a mano, che rappresentava una santa clarissa: i capi degli Xumanas dissero che la Signora era vestita proprio in quel modo, ma che era molto più giovane e che il colore dell’abito era azzurro. Così era, in effetti, il saio della congregazione cui apparteneva suor Maria de Jesús (che allora aveva solo vent’anni). Se lì, nel remoto Texas, i frati pensarono a lei, è perché l’arcivescovo di Città del Messico, reduce da una visita in Spagna, aveva parlato loro di una monachella di Castiglia che, pur non essendosi mai mossa dal suo convento, descriveva in certe sue lettere l’America come se le fosse familiare. Sta di fatto che, convinti dalle suppliche e pur temendo un tranello, alcuni francescani si unirono agli Xumanas nel loro viaggio di ritorno. Abbiamo numerose relazioni dell’epoca che concordano sul fatto che, ai confini del territorio della tribù, i missionari furono accolti da una grande folla disposta in processione e con enormi croci adornate con i fiori della prateria. Così, dissero, aveva insegnato loro la Dama Azúl , la Signora Azzurra che tante volte era venuta a istruirli. In effetti, i sempre più sbalorditi religiosi constatarono che, tra quegli indigeni mai avvicinati da alcun europeo, la formazione dottrinale era ormai completata: ciò che volevano erano solo i sacramenti. Ma questa non fu che la prima delle sorprese. In molti altri posti, anche in Arizona e in California, i missionari ebbero la stessa esperienza: contatti, cioè, con tribù non raggiunte sino ad allora e già catechizzate da quella che gli storici americani chiameranno The Lady in blue . Nel 1631, padre
Alonso de Benavides, che abbiamo visto a capo della prima missione texana,
rientrò in Spagna e raggiunse Ágreda, sui monti della Castiglia, incontrando
nel parlatorio suor Maria de Jesús. Con molta semplicità, la monaca gli disse
che, sì, Dio aveva realizzato il suo desiderio di essere missionaria,
concedendole di raggiungere l’America centinaia di volte. Più tardi, sotto il
torchio implacabile dell’Inquisizione (nemica, più che delle eresie, di
superstizioni e falsi miracoli) confermerà questi misteriosi viaggi, precisando
solo di non essere in grado di precisare «se fossero senza o con il corpo».
Comunque, al sempre più sbalordito padre Alonso (abbiamo l’originale della
relazione), descrisse con precisione tutti i suoi confratelli, ricordò episodi
missionari che egli stesso aveva dimenticato, confermò di avere catechizzato
non solo gli Xumanas ma molte altre tribù, convincendole a chiedere
l’intervento dei sacerdoti. |