CITTA’ DEL VATICANO, martedì 23 marzo 2004 (ZENIT.org).-
Riportiamo di seguito il doloroso racconto del Monsignor Tertulian Ioan Langa,
dell’Eparchia di Cluj-Gherla (Romania), sui suoi lunghi anni di prigionia,
fatto a margine della Conferenza Stampa di presentazione del volume: "Fede
e martirio. Le Chiese orientali cattoliche nell’Europa del Novecento".
Alla presentazione del volume, frutto degli Atti del Convegno di storia
ecclesiastica contemporanea tenutosi nella Città del Vaticano, nei giorni 22-24
ottobre 1998, hanno partecipato anche il Cardinale Ignace Moussa I Daoud,
Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali; il Prof. Andrea Riccardi,
fondatore della Comunità di Sant’Egidio; e il Monsignor Pavlo Vasylyk,
Vescovo dell’Eparchia di Kolomyia-Chernivtsi (Ucraina).
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Il mio nome è Tertulian Langa e della mia vita sono ben 82 gli anni che non ho
più. Di questi, 16 regalati alle prigioni comuniste …
Avendo come formatore spirituale, già dalla prima adolescenza, colui che
sarebbe stato il Vescovo martire Ioan Suciu, e poi come guide intellettuali
altri tre martiri - Monsignor Vladimir Ghika, il Vescovo Vasilie Aftenie e il
Vescovo Tit-Liviu Chinezu, tutti vittime del comunismo ateo - era normale che
tutta la mia vita portasse l’impronta della loro spiritualità.
Attraverso loro ho scoperto cosa sia il comunismo, cosa significhi eliminare
Cristo dalla vita sociale e quanto mutilata possa diventare l’anima umana,
l’intera società e la famiglia senza Chiesa, senza la Santissima Eucaristia e
senza il culto della Santissima Vergine. In più, come uomo con il senso della
realtà storica e sociale, non ho potuto ignorare la massiccia e minacciosa
presenza sovietica atea alle frontiere della Romania e della nostra spiritualità.
A questi fattori devo tutto l’orientamento spirituale e storico della mia
vita. A me spetta soltanto la recettività.
La presenza violenta ed atroce del comunismo ateo non ha costituito per gli
occidentali una realtà immediata e concreta, ma meramente libresca. Ciò spiega
la differenza flagrante di percezione e di reazione di fronte al comunismo che
manifestano i cristiani e gli intellettuali di Occidente, paragonata a coloro,
nell’Est europeo, che hanno vissuto e subìto il mondo comunista.
A 24 anni, nel 1946, ero un neo assistente alla Facoltà di Filosofia
dell’Università di Bucarest. La presenza brutale e umiliante delle truppe
sovietiche, che avevano occupato quasi un terzo del territorio nazionale, l’ho
subìta, a livello personale, col fatto che mi era stato intimato, come membro
del Corpo didattico universitario, di iscrivermi di urgenza nel Sindacato
manipolato dal Partito comunista e imposto al potere dai blindati sovietici.
Già d’allora ero pienamente edificato sul fermo atteggiamento magisteriale
che la Chiesa Cattolica aveva adottato contro il comunismo dichiarato avente un
male intrinseco. Con questa informazione di principio radicale non trovavano
posto nella mia coscienza pretesti per un compromesso. Ho rinunciato alla
carriera universitaria, presentando spontaneamente le dimissioni e ritirandomi
in campagna come operaio agricolo; ma non fu sufficiente, poiché ero
conosciuto, già alla Facoltà, come militante cattolico e anticomunista.
Velocemente fu improvvisato a mio carico anche un dossier penale; e visto che le
accuse si fondavano su fatti che il Codice Penale non incriminava fino a
quell’epoca (rapporti stretti con il nostro Episcopato, con la Nunziatura, e
anche l’apostolato laico), il mio Dossier fu affiancato a quello della grande
industria.
Dopo atroci trattamenti durante gli interrogatori, il Procuratore, in istanza,
dichiarò che "Al dossier dell’accusato non si trova nessuna prova sulla
sua colpevolezza; ma chiediamo il massimo della pena: 15 anni di lavori forzati.
Poiché, se non fosse colpevole, non si troverebbe qui" – in una perfetta
logica atea. Replicai: "Non è possibile che mi condanniate senza avere
nessuna prova!" "Non è possibile ? Guarda come è possibile: 20 anni
di lavori forzati per aver protestato contro la Giustizia del popolo. Questa è
la sentenza definitiva ed irrevocabile". Quindi è stato possibile …
Considero che sia un esempio edificante, per chiunque, su che cosa significhi
una giustizia comunista, come quella che noi abbiamo sopportato e subìto e
ancora subiamo, ora che stiamo per rientrare in Europa. Ciò avveniva quando la
Chiesa Greco-Cattolica di Romania ancora non era stata messa fuori legge, quando
si dava per scontato che il mio arresto e le torture inflittemi sarebbero
riuscite a trasformarmi in uno strumento a favore della futura incriminazione
dei Vescovi nostri, della Chiesa Greco-Cattolica, e della Nunziatura.
Riferisco soltanto alcuni momenti più significativi, tra le centinaia che ho
vissuto, durante gli interrogatori e la detenzione nelle prigioni e nei campi di
sterminio comunisti. Sono stato arrestato a Blaj, nell’ufficio del Vescovo
Ioan Suciu, allora Amministratore Apostolico della Metropolia Greco-Cattolica di
Romania.
Mi ero presentato al Capo della nostra Chiesa per chiedere un consiglio alla
Santa Provvidenza, giacché il mio padre spirituale, mons. Vladimir Ghika, era
all’epoca nascosto. Mi era stata offerta da qualcuno la possibilità di
partire per l’estero. Trattandosi di un passo importante, non volevo compierlo
senza confrontarlo con la Provvidenza. E la risposta arrivò: il mio arresto.
Capivo che avrei passato la mia vita, a tempo indeterminato, nelle prigioni
create dal regime comunista, ma ero sereno: seguivo il percorso della Santa
Provvidenza …
Descriverò un particolare momento. Era il Giovedì Santo dell’anno 1948. Fino
allora, per due settimane, ogni giorno ero percosso con un ferro, sulla pianta
dei piedi, attraverso gli scarponi: dei veri fulmini sembrava che mi
percorrevano la spina dorsale e mi esplodevano nel cervello, senza però che mi
fosse rivolta alcuna domanda: mi preparavano col ferro, per arrivare più
morbido all’interrogatorio.
Legato dalle mani e dai piedi e appeso con la testa verso il suolo, i miei
carcerieri mi avevano infilato in bocca un calzino, usato a lungo negli scarponi
e in bocca da altri beneficiari dell’umanismo socialista. Il calzino era
diventato il nuovo metodo antifonico attraverso il quale si impediva al suono di
oltrepassare il luogo dell’interrogatorio. D’altra parte, era praticamente
impossibile emettere un solo gemito. Per di più, mi ero autobloccato
psichicamente: non ero più capace di gridare o di muovermi.
I miei torturatori hanno interpretato questo atteggiamento come fanatismo da
parte mia. Continuarono più accaniti, alternandosi nel torturarmi. Notte dopo
notte e giorno dopo giorno. Non chiedevano nulla, poiché non era la risposta ciò
che li interessava, ma l’annichilamento della personalità, fatto che tardava
ad avverarsi. E allungando sempre lo sforzo di annichilire la mia volontà, di
ottenebrare il mio pensiero, si prolungava indefinitamente la tortura. Gli
scarponi sfracellati mi caddero dai piedi, pezzo dopo pezzo.
Nella notte, nei paraggi, in una chiesa sperduta, si celebrava un ufficio
liturgico, come pianto dai suoni spenti di campane spaventate. Trasalii. Gesù
avrà sentito tutto per intero il mio grido muto, quando, in qualche modo, ho
urlato. E come se ho urlato! Come dall’inferno: GESÙ! GESÙ! ... Evaso
attraverso il calzino, il mio grido non è stato compreso.
Ma, trattandosi del primo suono che sentivano, gli aguzzini si dichiararono
contenti, considerando che mi avevano piegato. Poi, mi trascinarono con la
coperta, fino alla cella dove svenni. Al mio risveglio, davanti a me stava
l’inquirente, con in mano una risma di carta: "Ti sei ostinato, bandito,
ma non uscirai di qui finché non avrai tirato fuori tutto ciò che tieni
nascosto dentro. Hai 500 fogli. Scrivi tutto ciò che hai vissuto: tutto su tua
madre, su tuo padre, sulle sorelle, i fratelli, i cognati e i parenti, i
compagni e i conoscenti, i Vescovi, i Sacerdoti, i religiosi e le religiosi e su
politici, i Professori, i vicini e i banditi come te. Non ti fermare finché non
avrai finito la carta.
Ma non scrissi nulla; non per chissà quale fanatismo, ma perché non ne avevo
la forza.
Dopo circa quattro giorni, lo stesso individuo: "Hai finito di
scrivere?" Vedendo che i fogli non erano stati toccati, disse: "Se così
stanno le cose, spogliati! Ti voglio vedere come Adamo nel paradiso!"
Certo, perché di nuovo non avevo scritto nulla. Non soltanto il corpo, ma
sembra che anche la mente era svuotata.
Passarono così altri giorni, vissuti a pelle nuda, sul pavimento di mosaico:
conforto specifico del socialismo umano. Un altro individuo mi si presentò,
dopo un po’ di tempo, davanti alla porta. "Vediamo, cosa c’è allora
sulla carta? ... Nulla, non hai nulla ? Sempre ostinato! Abbiamo anche altri
metodi." Dopo di che uscì. Ritornò accompagnato da un cane-lupo immenso,
con le zanne minacciose, in vista.
"La vedi? E’ Diana, la cagna eroina, alla quale hanno sparato i tuoi
banditi sulle montagne [1]. Lei ti insegnerà cosa devi fare. Comincia a
correre!". "Come a correre in una stanza di soli 3 metri?". Nella
stanza c’era poi una lampadina di 300 watt: enorme per una stanza larga solo 2
metri e lunga solo 3; lampadina fissata non in alto, ma sul muro, a livello del
viso. "Comincia a correre!" La lupa, ringhiando in modo truce, stava
pronta ad attaccare.
Corsi per circa sei – sette ore, ma di ciò mi resi conto soltanto verso
l’alba, vedendo la luce facendosi strada nella cella e sentendo movimenti
nell’edificio. Ogni tanto faceva uscire la lupa per i bisogni. A me non era
concesso … Quando cominciai a perdere l’equilibrio e accennavo a fermarmi,
la lupa vigilante, come al comando, mi ficcava le sue zanne nella spalla, nella
nuca e nel braccio …
Ho corso, sotto i suoi occhi e le sue zanne, per ben 39 ore, senza interruzione!
Ma alla fine, crollai. Non ho adesso il tempo a disposizione per descrivervi la
psicologia di una corsa sotto la minaccia di una lupa. Quando mi fermai, si
lanciò su di me.
Mi azzannò il collo, senza strozzarmi però la gola. Come stavo così,
sdraiato, vedevo solo una forma indefinita scura. Non riuscivo a distinguere
bene. Soltanto quando, sulla fronte e sulle palpebre, sentii scorrere qualcosa
caldo e bruciante, capii che la bestia, schifata, mi orinò sul viso. Dalle
parole dei miei carnefici, ho capito che avevo corso per 39 ore. "Questo lo
possiamo mandare alla maratona di Rio! Che resistenza, la bestia fascista!"
Vedendo che nemmeno la Maratona era riuscita a convincermi a rilasciare una
dichiarazione sui Vescovi, sulla Nunziatura, o su qualche compagno ricercato,
ritennero utile passare ad un altro metodo di convincimento: il sacchetto di
sabbia.
Il giorno dopo, in un ufficio, mi legarono, mani e piedi, su una sedia, davanti
a un tavolo con un sacchetto sopra. Non riuscivo a decifrare il decoro. Dietro
si è impalato un aguzzino: muto, come un intero paese imbavagliato. Ad una
scrivania nell’angolo, un individuo calvo con un pizzetto di caprone, che si
voleva rassomigliante a Lenin.
Muto anche lui, fece un segno muovendo solo la testa. Il mio boia capì il
comando. Prese in mano il sacchetto e me lo scaraventò in testa, non molto
violento, ma ritmico, accompagnando ogni colpo dalla parola: PARLA! e di nuovo:
PARLA! decine di volte, centinaia di volte, non so, magari migliaia: PARLA! Solo
che nessuno mi chiedeva qualcosa. Soltanto una voce di caverna, monotona, mi
ficcava nel cervello l’idea imperativa e irreprensibile di dire, di rispondere
ad ogni domanda sottoposta alla mia coscienza dall’organo inquisitore.
Non mi fu difficile di decifrare la satanica idea di voler eliminare e
subordinare la mia volontà. Dopo circa 20 colpi, cominciai ad applicare, anche
lì, il principio morale: Agere contra, dicendomi in coscienza: NON PARLO ! ad
ogni colpo: NON PARLO ! decine di volte, centinaia di volte. Con
l’auto-suggestione mi ero impiantato lo stereotipo NON PARLO ! - l’unica
maniera per non essere manovrabile, col rischio di diventare schiavo di
quest’unico modo di esprimermi.
Il fatto si confermò d’altronde quando, d’allora in poi, automaticamente,
irreprensibilmente, ad ogni domanda rivoltami, non importa su quale argomento,
io rispondevo con NON PARLO ! Mi rendevo conto del blocco intellettuale e
addirittura intravedevo un farsi permanente di questo stato. Tentai, per un anno
intero, di combatterlo, e con molta difficoltà riuscii a liberarmi di questo
sinistro riflesso automatico.
Come soggetto privo di valore e interesse negli interrogatori, fui trasferito
nella prigione sotterranea della zona paludosa di Jilava, profonda, a 8 metri
sotto terra, che era stata costruita un tempo come fortezza di difesa della
Capitale, ma allora completamente inutilizzabile, a causa delle forti
infiltrazioni di acqua che penetravano il beton. Nulla e nessuno vi resisteva.
Solo l’uomo, il più alto tesoro del materialismo storico! Nelle stanze di
Jilava, i poveri uomini facevano l’esperienza delle sardine: però non
nell’olio, ma nel succo proprio, di sudori, orine e acque di infiltrazione,
che scorrevano senza sosta sulle mura. Lo spazio era sfruttato nel modo più
scientifico: lungo due metri e largo ventotto centimetri, per una persona stesa
per terra, sul fianco. Alcuni, più anziani, stavano stesi su delle tavole di
legno, senza lenzuola o coperta. Il contatto col legno avveniva mediante
l’osso omerale, la protuberanza più rilevante dell’articolazione
cogito-femorale, e la parte esterna del ginocchio e della caviglia. Stavamo
sulla punta delle ossa, per occupare uno spazio minimo.
La mano non poteva appoggiarsi che sull’anca o sulla spalla del vicino. Non
resistevamo così più di mezzora; poi tutti, al comando, poiché non era
possibile separatamente e uno dopo l’altro, ci voltavamo sull’altro fianco.
La catasta di corpi stipati, così disposti, aveva due livelli, improvvisandosi
in un letto a castello. Al di sotto di questi due, c’era un terzo livello,
dove i detenuti giacevano direttamente sul cemento.
Sul cemento i vapori di condensa dal respiro dei settanta uomini, assieme alle
acque di infiltrazione e all’orina che non entrava più nelle latrine
improvvisate, costituivano una miscela viscosa in cui serpeggiavano i
malcapitati di quest’ultimo livello. Al centro della stanza-tomba di Jilava
troneggiava un recipiente metallico, di circa 70-80 (settanta-ottanta) litri,
per l’orina e le feci di 70 uomini. Non aveva coperchio, perciò l’odore e
il liquido traboccavano abbondantemente. Per raggiungerlo, si supponeva che eri
già passato per il "filtro", vale a dire per un controllo severo
applicato a pelle nuda, controllo nel quale veniva verificato l’intero
organismo ed ogni orificio.
Con una o bacchetta di legno ci raspavano in bocca, sotto la lingua e le
gengive, nel caso in cui i banditi avessero nascosto qualcosa. La stessa
bacchetta ci perforava le narici, le orecchie, l’ano, sotto i testicoli,
rimanendo sempre la stessa, rigorosamente la stessa per tutti, come segno
dell’egualitarismo che assicurava la stessa norma per tutti.
Le finestre di Jilava non erano per offrire la luce, ma per ostacolarla, poiché
tutte erano attentamente inchiodate con tavole di legno. La carenza d’aria era
così grande che per respirare, tre per volta, ci susseguivamo, a turni, pancia
in giù, con la bocca accanto allo spiraglio della porta, posizione in cui
contavamo rigorosamente 60 respiri, affinché anche altri compagni potessero
riprendersi dallo svenimento e dall’ipossiemia [2] .Contribuivamo, a nostro
modo, all’edificazione del più umano sistema del mondo …
Sapevano queste cose Churchill e Roosevelt, quando, con un colpo di penna, sul
tavolo della vergogna di Teheran, stabilivano che noi Rumeni fossimo dei destini
macinati dalle fauci del moloc [3] Orientale rosso, che facessimo da cordone di
sicurezza per la loro comodità ? E la Santa Sede poteva forse immaginare
qualcosa?
Da Jilava, saltando dei lunghi anni di profanazioni umane, siamo stati
trasferiti, catene a piedi, al carcere di massimo isolamento, chiamato Zarka
[4], padiglione di terrore della prigione di Aiud. L’accoglienza ricevuta si
è svolta secondo lo stesso rituale sinistro, diabolico, di profanazione
dell’uomo creato dall’amore di Dio.
La stessa raspatura, gli stessi stivali tremendi che ci si ficcavano nelle
costole, nella pancia e nei reni. Nonostante ciò, notammo una differenza: non
eravamo più sottoposti al regime di conservazione in orine, sudori, condensa e
ipossiemia, ma siamo stati sottomessi ad una intensa cura di ossigenazione. A
pelle nuda, bandito dopo bandito (da intendere ministri, generali, professori
universitari, scienziati, poeti) e il sottoscritto, che non rappresentavo nulla,
tranne che un NON PARLO ! gigante, una ferma e umile fiducia nella grazia che mi
avrebbe fatto superare la prova.
Tutti dovevamo scomparire come nemici del popolo. Altrimenti, non poteva più
farsi avanti il tanto proclamato Uomo nuovo sovietico, uomo che ancora si
perpetua sulla nostra sofferenza. La cella in cui ero stato introdotto non
conteneva nulla: né letto, né coperta, né lenzuolo o cuscino, né tavolo, né
sedia, né stuoia e nemmeno finestre. Soltanto sbarre di acciaio, ed io, come
tutti gli altri, da solo nella cella: mi meravigliavo di me stesso, vestito con
la sola pelle e coperto dal freddo.
Era verso la fine di novembre. Il freddo si faceva sempre più penetrante, come
uno scomodo compagno di cella. Dopo circa tre giorni, dalla porta violentemente
sbattuta mi furono buttati un pantalone usato, una camicia di maniche corte,
mutande, una divisa a strisce e un paio di scarponi del tutto consumati, senza
lacci, senza calzini. Nulla da mettere in testa.
E’arrivata in cambio una specie di latrina, un oggetto misero di circa quattro
litri. Mi sono vestito come un razzo; congelato, il quarto giorno ci hanno
contati. Al posto del nome, mi hanno dato un numero: K-1700 – l’anno in cui
la Chiesa della Transilvania si ri-univa con Roma. Anagraficamente, ero già
ucciso. Sopravvivevo solo statisticamente. Arrivò poi il "brodo",
servito col mestolo da 125 (centoventicinque) grammi: uno lungo fluido risultato
dalla bollitura della farina di mais.
Come pranzo ci fu distribuita una minestra di fagioli, nella quale ho potuto
contare all’incirca otto, nove chicchi, con parecchie bucce vuote, senza
contenuto. Per la cena, ci portarono un tè di crosta di pane bruciato. Dopo una
settimana, i fagioli furono sostituiti da un passato di crusche, nel quale ho
scoperto quattordici chicchi. Di tanto in tanto, i fagioli si alternavano con il
passato di crusche. Vivevamo con meno di quanto riceve una gallina. Per
sopravvivere al freddo, eravamo costretti a muoverci continuamente, a far
ginnastica. Nel momento in cui cadevamo stremati dalla stanchezza e dalla fame,
precipitavamo nel sonno; un sonno di qualche secondo, giacché il freddo era
tagliente.
Da un tale sonno mi svegliò un giorno una voce proveniente dall’altra parte
del muro: "Qui Professor Tomescu (ex Ministro della Sanità). Chi sei
?" Sentendo il mio nome, disse: "Ho sentito parlare di te. Ascoltami
attentamente: siamo stati portati qui per essere sterminati. Non collaboreremo
mai con loro. Ma chi non si muove, muore e diventa quindi collaboratore.
Trasmettilo agli altri: chi non si muove, muore! Passeggiare senza sosta! Chi si
ferma, muore!" Il padiglione, immerso nel silenzio lugubre della morte,
risuonava sotto i nostri scarponi senza lacci. Eravamo animati dall’enigmatica
volontà del popolo di rimanere nella storia e della vocazione della Chiesa di
rimanere viva.
Ci fermavamo dal camminare solamente intorno alle 12,30, per una mezzora quando
il sole si fermava avaro per noi nell’angolo della stanza. Là, rannicchiato
col sole sul viso, rubavo un fiocco di sonno e un raggio di speranza. Quando il
sole mi abbandonava anche lui, sentivo però di non essere abbandonato dalla
Grazia. Sapevo di dover sopravvivere. Camminavo, dicendomi come in un
ritornello, come privo di ragione, avanzando sillabando: NON VOGLIO MORIRE ! NON
VOGLIO MORIRE ! e non sono morto ! Con ogni passo cadenzavo nella mente una
preghiera, componevo litanie, rimembravo Salmi.
Continuammo a passeggiare, così, inciampando verso la morte, 17 (diciassette)
settimane. Chi non ebbe la forza o la determinazione di muoversi, si fermava
nella morte. Degli 80 uomini entrati nella Zarka, appena 30 sopravvissero. La
sbarre di ferro, piano piano, si rivestivano di brina, formatasi dagli aliti di
vita del nostro respiro, brillante abito di passaggio verso il cielo.
Ero convinto, credevo fortemente che sarei arrivato fino ai margini della notte.
Ma avevo ancora lunga strada da percorrere. Arrivato poi in ciò che immaginavo
dovesse essere la libertà, costatai che non era in realtà che un nuovo modo di
essere della notte, che il gelo tra la Chiesa Greco-Cattolica e la Gerarchia
della Chiesa Sorella non si lasciava sciogliere ancora; le nostre chiese
continuavano ad essere confiscate, e il gregge diminuiva sempre, ucciso dalle
promesse. Ma anche il Signore Cristo ha vinto soltanto quando ha potuto
pronunciare con l’ultimo respiro: Consummatum est ! ... (Tutto è
compiuto! )
Umilmente chiedo perdono a tutti coloro che "non ci sono più", per
aver accettato che le centinaia di anni di prigione dei martiri dell’Unione li
comprimessi in appena qualche pagina.
Non ho scritto molto di queste drammatiche esperienze. Chi può credere a ciò
che sembra incredibile? Chi può credere che le leggi della biologia possono
essere superate dalla volontà ? E se dovessi raccontare i miracoli che ho
vissuto ? Non sarebbero considerati delle fantasmagorie? Sopporterei più
difficilmente questo che non altri anni di prigione. Ma nemmeno Gesù è stato
creduto da tutti coloro che l’hanno visto … Da allora molti dei suoi
discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui (Gv 6,66).
Nulla è per caso nella vita. Ogni attimo che il Signore ci concede è gravido
della Grazia – impazienza benevola di Dio – e della nostra chance di
rispondergli o temerarietà di rifiutarlo. Spetta a ciascuno di noi di non
ridurre tutto a un semplice racconto duro, feroce, incredibile. E’ invece un
momento per capire che la grazia accolta non frena l’uomo, ma lo porta oltre
le sue aspettative e forze e "le porte degli inferi non prevarranno contro
di essa" (cfr. Mt 16,18); e che con questo incontro il Signore aspetta da
ciascuno un agire personale e professionale. Questa testimonianza, cosa serve a
me che racconto, come aiuta voi qui presenti, aprirà essa o chiuderà la porta
di chi, tramite voi, la conoscerà ? Spero di cuore che apra una finestra di
Cielo. Perché è di più il cielo sopra di noi che non la terra sotto i nostri
piedi.
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1 Le Montagne Făgăras famose come luogo di resistenza dei partigiani
anticomunisti.
2 Carenza di ossigeno nei tessuti.
3 Dio semitico cui si sacrificavano vittime umane; (fig.) essere o entità di
mostruosa e malefica potenza.
4 Significherebbe un carcere chiuso, gattabuia, di dimensioni ridotte, al buio.